Il crollo delle piccole imprese fotovoltaiche lascia senza assistenza migliaia di famiglie europee
Migliaia di impianti solari residenziali in Europa stanno perdendo il loro custode. Non li ha rubati nessuno: le aziende che li hanno installati hanno chiuso i battenti, lasciando i proprietari senza manutenzione, senza monitoraggio e senza una garanzia da far valere. È il lato in ombra della grande espansione fotovoltaica, un problema che l’industria, scrive pv magazine, ha riconosciuto con lentezza.
A rendersene conto sono in tanti: famiglie che hanno investito migliaia di euro per ridurre la bolletta e che ora si ritrovano con un pannello muto sul tetto e nessun numero da chiamare. Il fenomeno non è nuovo, ma ha raggiunto una scala che obbliga a parlarne.
La contrazione che ha svuotato i tetti
Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare i numeri. Il 2025 è stato un anno spartiacque per il solare europeo, e non nel senso che molti si aspettavano. L’Unione europea ha installato 65,1 GW di nuova capacità, appena lo 0,7% in meno dei 65,6 GW del 2024. Sembra una variazione minima, eppure è il primo calo annuale dal 2016, come ha certificato il rapporto di SolarPower Europe. Di per sé, il dato non sarebbe allarmante se non nascondesse uno spostamento profondo della domanda: il segmento dei piccoli impianti su tetto – quelli domestici, quelli che richiedono più manodopera per ogni kW posato – è crollato. La sua quota sulla capacità installata è passata dal 28% nel 2023 al 14% nel 2025.
In parallelo, l’occupazione ha subito una scossa. Per la prima volta in quasi dieci anni i posti di lavoro nel solare dell’UE sono diminuiti: 40.000 in meno nel 2025, secondo SolarPower Europe, con un calo del 5% che ha riportato la forza lavoro intorno alle 825.000 unità. Dietro quella cifra ci sono decine di imprese, soprattutto piccoli installatori locali, che non hanno retto la frenata del residenziale e la pressione competitiva globale sul settore manifatturiero.
La conseguenza più visibile è proprio l’ondata di insolvenze. Clienti che avevano versato dal 20 al 50% del costo del progetto si sono visti recapitare l’invito a presentare richiesta all’amministratore fallimentare, con tassi di recupero spesso irrisori. Un caso raccontato dalla stampa svedese mostra come, in assenza di una rete di protezione, il rischio venga scaricato interamente sulle spalle di chi ha comprato.
E mentre il segmento residenziale arretra, la manutenzione resta una cenerentola. Nel 2024, su circa 864.000 addetti del solare nell’UE, soltanto 66.000 lavoravano nell’esercizio e manutenzione (O&M) – meno dell’8%. Quando l’installatore fallisce, molto spesso non c’è nessun altro soggetto preparato a subentrare.
Chi raccoglie i cocci (e i portafogli)
Nel frattempo, chi ha le spalle più larghe fa pulizia. A fine dicembre 2025, la norvegese Otovo ha messo le mani sui dati dei clienti, la proprietà intellettuale e il portafoglio progetti dell’olandese Soly, fallita poco prima. Nello stesso mese ha ottenuto il trasferimento volontario di circa 5.000 impianti residenziali dal norvegese Solcellespesialisten, accogliendoli sulla propria piattaforma di servizi.
Sono operazioni che da un lato garantiscono continuità a migliaia di famiglie, dall’altro disegnano un mercato in cui la sopravvivenza premia la scala e la capacità di aggregare. Resta una domanda aperta: cosa ne sarà delle decine di migliaia di impianti che non rientrano in questi salvataggi? Senza un soggetto che li monitori, che intervenga su un inverter guasto o semplicemente che verifichi che l’assicurazione sia ancora valida, quegli impianti rischiano di diventare un’eredità tossica.
La transizione energetica non è fatta solo di pannelli posati. Richiede una rete di assistenza che sopravviva all’impresa che l’ha creata. Altrimenti, il lascito della corsa solare rischia di essere una generazione di tetti che nessuno guarda più.




