L’elettrificazione a basse emissioni nell’industria pesante è cresciuta solo dell’1% in dieci anni
In dieci anni di vertici, piani e dichiarazioni, l’elettrificazione a basse emissioni di carbonio dell’industria pesante è cresciuta di un solo punto percentuale. Un progresso da prefisso telefonico, mentre il settore siderurgico continua a divorare carbone per tre quarti del suo fabbisogno. È la cartina di tornasole del paradosso che attraversa oggi la transizione industriale, e che l’analisi pubblicata da pv magazine mette a nudo con un realismo scomodo: la tecnologia per elettrificare processi come la produzione di acciaio esiste, è già disponibile, ma resta in gran parte inutilizzata. I freni non stanno nei laboratori né nei limiti ingegneristici — stanno nelle politiche e nella cronica indisponibilità di elettricità pulita a prezzi competitivi.
Il paradosso dell’acciaio elettrico
Basta guardare i numeri per capire che il problema non è tecnologico ma sistemico. Già nel 2022 il settore industriale assorbiva il 37% dell’energia consumata a livello globale, e la quota coperta dall’elettricità era salita di soli quattro punti percentuali in dodici anni — dal 19% al 23%, secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Un trend modesto, che però diventa quasi immobile quando si stringe l’inquadratura sull’industria siderurgica. Qui il carbone soddisfa ancora circa il 75% del fabbisogno energetico e di materie prime, e l’elettrificazione a basse emissioni è avanzata appunto di un punto percentuale nell’ultimo decennio, come documenta l’IEA nel suo focus sulla siderurgia. La tecnologia per produrre acciaio con forni elettrici e fonti rinnovabili esiste, è matura e in molti casi è già stata sperimentata su scala industriale. Eppure la diffusione langue. È come avere un motore potente ma tenerlo spento per mancanza di carburante.
L’IEA e gli analisti di pv magazine convergono sulla diagnosi: i due ostacoli principali sono politiche inadeguate e la mancanza di elettricità pulita a basso costo. Senza un segnale di prezzo che renda antieconomico continuare a bruciare carbone, e senza una rete capace di fornire energia decarbonizzata in quantità e a costi industriali, l’elettrificazione resta una promessa sospesa. Il paradosso si fa così più acuto: se la tecnologia non è il collo di bottiglia e gli obiettivi climatici impongono tagli drastici, cosa sta frenando davvero la svolta? La risposta, sempre più evidente, è che manca il coraggio politico di allineare le regole ai target.
La scommessa obbligata dell’Europa
L’Unione Europea ha provato a rompere questo immobilismo con uno strumento che non lascia vie di fuga: il Carbon Border Adjustment Mechanism, approvato nell’aprile 2023, che sancisce l’addio alle quote gratuite del sistema ETS per i produttori di acciaio entro il 2035. In altre parole, chi inquina pagherà, e chi importa acciaio da paesi con regole ambientali meno severe comincerà a sentire il peso del carbonio alla frontiera. È una scommessa obbligata che trasforma l’elettrificazione da opzione a imperativo. Le acciaierie europee, abituate per anni a operare sotto un ombrello di quote gratuite e a rimandare gli investimenti nella decarbonizzazione, si trovano ora con una scadenza rigida e un conto che cresce. Il Green Deal Industrial Plan, lanciato a febbraio 2023, va nella stessa direzione: spingere la transizione industriale con un mix di regole e incentivi.
Ma il meccanismo CBAM, per quanto necessario, rischia di trasformarsi in un boomerang se l’offerta di elettricità pulita a prezzi competitivi non cresce di pari passo. Imporre un costo al carbonio senza garantire un’alternativa energetica abbordabile significa caricare l’industria di oneri senza darle i mezzi per reagire. È qui che la retorica politica si scontra con la realtà dei bilanci: un altoforno che passa all’elettrico ha bisogno di enormi volumi di energia a costi stabili e prevedibili. Se quella energia non c’è, o costa troppo, il rischio è che la decarbonizzazione si traduca in delocalizzazione anziché in innovazione.
L’anello mancante
Mentre l’Europa alza l’asticella, gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa ma altrettanto muscolare: già nel 2022 l’Inflation Reduction Act ha stanziato 5,8 miliardi di dollari per la decarbonizzazione industriale, puntando su idrogeno e cattura della CO2. Due continenti, due approcci, ma lo stesso anello mancante: il costo dell’elettricità pulita resta la variabile decisiva. Le industrie energivore competono su scala globale, e nessun CBAM può proteggerle a lungo se il divario di prezzo dell’energia con altri blocchi industriali diventa insostenibile. In uno scenario in cui l’acciaio europeo paga il costo pieno del carbonio ma un concorrente extraeuropeo no, la tentazione di spostare gli investimenti dove l’energia costa meno è reale. E le barriere doganali da sole non bastano a costruire una competitività duratura.
Il punto è esattamente questo: l’Europa ha scelto la via della regolazione, il che è legittimo e in molti casi necessario, ma sta correndo con un motore a due cilindri. Uno è il CBAM e la fine delle quote gratuite, l’altro dovrebbe essere un’offerta abbondante di elettricità pulita a prezzi industriali. Se il secondo cilindro non si accende, tutto il sistema rischia di funzionare a scoppio ritardato, scaricando il costo della transizione sulle imprese e, inevitabilmente, sui cittadini. Cosa succede se l’industria europea paga il prezzo della decarbonizzazione senza poter competere su scala globale?
La risposta a questa domanda definirà i prossimi dieci anni della politica industriale del continente.
Il CBAM è una terapia d’urto che promette di curare un sintomo — l’inerzia nella riconversione produttiva — ma senza un elettricità pulita e abbondante rischia di uccidere il paziente. Quando si fissano scadenze ambiziose senza costruire le condizioni per rispettarle, il conto non lo paga la tecnologia né la burocrazia. Lo pagano le fabbriche che chiudono, i posti di lavoro che scompaiono, le bollette che lievitano. E alla fine, chi aveva promesso la svolta si trova a spiegare perché la rivoluzione verde è arrivata, ma la corrente per alimentarla no.




