Nei progetti rinnovabili il collo di bottiglia non è la tecnologia ma l’incrocio tra permessi e agenzie che ritardano gli
State programmando un viaggio in Vietnam. Vi serve il passaporto con almeno sei mesi di validità residua, una foto formato tessera 4×6 su sfondo bianco, l’indirizzo di un hotel, i biglietti di andata e ritorno. Entrate sul portale ufficiale dell’e-Visa, pagate 25 dollari e nel giro di tre giorni lavorativi avete il permesso.
Stampate due copie, infilate lo zaino e partite.
Ora provate a installare una pala eolica.
La distanza tra queste due esperienze non è solo aneddotica. È la misura esatta di cosa non funziona nella transizione energetica. Nel primo caso state chiedendo a uno Stato sovrano di farvi entrare per turismo. Nel secondo state cercando di costruire un impianto che abbasserà le bollette e ridurrà le emissioni. Eppure il secondo percorso è più complicato. Servono più documenti, più enti, più mesi di attesa. Il collo di bottiglia non è la tecnologia, non è il vento, non sono i capitali. È la carta.
Un’asta ferma al semaforo di sette agenzie
Guardate le Filippine. Il 4 luglio 2026 il Department of Energy ha sospeso il programma GEA-5, la prima asta eolica offshore nella storia del Paese. Motivo ufficiale: rivedere il quadro normativo. Nei fatti, sette agenzie governative — PPA, DENR, PNOC, IEMOP, TransCo, NGCP, ERC — devono ancora mettersi d’accordo su porti, permessi ambientali e allacciamenti alla rete. Hanno tempo fino al 2 settembre 2026 per validare i requisiti. Se tutto fila liscio, l’asta slitta al 1° dicembre 2026.
I progetti in attesa sono tutto fuorché marginali: il parco eolico offshore San Miguel Bay da 901 MW, partecipato da Copenhagen Infrastructure Partners e ACEN Corporation, e i tre impianti del consorzio Seawind Asia-Stream Invest Holdings-Triconti ECC Renewables — e Guimaras Strait II da 600 MW l’uno. Oltre due gigawatt di potenza installabile, fermi in attesa di un timbro.
Nel frattempo, un turista partito da Roma ha già visitato Hanoi, Ha Long Bay e Hoi An, è tornato a casa e sta caricando le foto su Instagram.
La burocrazia costa più dell’acciaio
Non sto dicendo che i controlli siano inutili. Allineare un’asta alle infrastrutture disponibili, ai costi portuali e alla capacità di rete è necessario. Ma quando il processo decisionale diventa il costo principale di un progetto, abbiamo un problema di sistema. Non è un caso isolato: succede ovunque, Italia compresa.
Nel Mare del Nord, la nave posacavi Wind Orca, impiegata da Cadeler per il contratto di trasporto e installazione delle fondazioni del parco Hornsea 3, ha urtato una gru al porto di Tyne. Un ferito, danni materiali, una vasta operazione di bonifica ambientale ancora in corso a fine luglio 2026. Gli imprevisti nei cantieri esistono e vanno gestiti. Ma un incidente operativo si risolve con squadre specializzate e un cronoprogramma. Un intoppo burocratico si risolve con una riunione fra sette enti, un rinvio di sei mesi e centinaia di milioni di euro di investimenti congelati.
Intanto, sul fronte onshore, qualcosa si muove: in Germania il repowering eolico di Ingstetten è partito con Qualitas, e OX2 continua a cedere progetti in Europa dell’Est. La tecnologia funziona, i capitali ci sono. È la coda allo sportello che manca.
Quindici anni di esperienza, in attesa di un’autorizzazione
C’è un profilo che spiega meglio di qualsiasi report cosa significhi questo cortocircuito. Juliana Kainga ha più di quindici anni di esperienza nello sviluppo e investimento in rinnovabili nei mercati africani. Ha lavorato in GE, Enel Green Power, Vivo Energy. Si occupa di strutturazione commerciale, finanza, sviluppo progetti. È co-fondatrice e co-presidente dell’Electricity Sector Association of Kenya. Professionisti come lei potrebbero elettrificare intere regioni. Ma quando un progetto deve passare al setaccio di sette agenzie, nemmeno quindici anni di carriera bastano a sbloccare la pratica.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Per entrare in Vietnam come turista bastano 25 dollari per un ingresso singolo e una foto tessera. Se volete il visto per ingressi multipli fino a 12 mesi, arrivate a 135 dollari. Per il visto all’arrivo servono quattro foto e una lettera di approvazione. Vi presentate allo sportello dell’ambasciata australiana in 8 Dao Tan Street, consegnate i documenti, e in qualche giorno siete a posto.
Per una pala eolica servono più passaggi, più enti e più mesi di attesa che per un tour del Vietnam con tappa in tre ambasciate. E non è una battuta: è esattamente quello che sta succedendo.
La prossima volta che leggete che la transizione energetica è troppo costosa, chiedetevi quanto di quel costo è acciaio, e quanto è tempo perso in attesa di un’autorizzazione.
La differenza tra 25 dollari e due gigawatt bloccati non sta nella complessità dell’opera — un parco eolico offshore è inevitabilmente più complicato di un visto turistico — ma nella sproporzione tra l’urgenza del problema e la lentezza della risposta. Se per un visto si accettano tre giorni, per un’asta energetica dovremmo forse accettare che sette agenzie impieghino sei mesi solo per mettersi d’accordo su cosa devono validare? La tecnologia per decarbonizzare esiste, i soldi anche. Quello che manca è la volontà di accorciare la fila.




