Il programma pilota del Demanio si allarga a nuovi bandi, ma la frammentazione dei lotti e le incertezze regionali frenano
A metà luglio l’Agenzia del Demanio ha messo a bando terreni statali nel comune di Belluno per installare impianti fotovoltaici. Il termine per presentare le offerte è fissato al 7 dicembre 2026. Pochi giorni prima, il 13 luglio, la stessa Agenzia aveva annunciato una nuova tornata di bandi che estende il programma pilota di concessioni avviato esattamente un anno prima, nella primavera del 2025, con quattro gare a Lecce, Campomarino, Spilimbergo e Narni. L’iniziativa si allarga, ma il contrasto con quanto si muove altrove nel mercato è netto: FS Energy, la società creata dal Gruppo FS nel luglio 2025, ha in pancia una pipeline da 1,1 GW di rinnovabili al 2029 e punta a 2 GW entro il 2034. Due velocità che non si incontreranno facilmente.
Belluno, un ettaro alla volta
Il bando di Belluno è l’ultimo tassello di un mosaico partito nell’aprile 2025, quando l’Agenzia del Demanio lanciò il suo primo progetto pilota di partenariato pubblico-privato. Allora si trattava di quattro terreni a Lecce, Campomarino, Spilimbergo e Narni, tutti già qualificati come idonei all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile. Il meccanismo era stato presentato come un modello win-win: lo Stato mette a disposizione suoli inutilizzati, le Energy Service Company costruiscono e gestiscono gli impianti. Ora quel progetto pilota si allarga, ma la scala resta quella di piccoli lotti sparsi sul territorio, lontani anni luce dai numeri che muovono i grandi operatori del settore.
Un ettaro nel Bellunese, un altro nel Molise, uno in Friuli: il disegno del Demanio procede per aggiunte incrementali. È una strategia che ha il pregio di non consumare nuovo suolo agricolo — i terreni sono già nella disponibilità dello Stato — ma che per definizione non può competere con le economie di scala di un progetto industriale da centinaia di megawatt. E la disponibilità del terreno, come si vedrà, è solo la partita di andata.
La trappola dell’idoneità
Il punto di forza dichiarato di questi bandi è che i beni messi a gara appartengono allo Stato e, in quanto tali, sono considerati aree idonee alle rinnovabili per legge. L’articolo 11-bis, lettera i), del decreto legislativo 190 del 2024 stabilisce infatti che i beni immobili di proprietà dello Stato, individuati dall’Agenzia del Demanio e non destinati a programmi di valorizzazione o dismissione, ricadono automaticamente tra le superfici su cui è possibile installare impianti fotovoltaici. Sulla carta, una corsia preferenziale.
Nella pratica, il quadro è meno nitido. I bandi assumono quell’idoneità come un dato acquisito, ma ciò che accade dopo l’aggiudicazione dipende in buona parte dalle Regioni. Le normative regionali su localizzazione degli impianti, superfici agricole, distanze minime, impatti cumulativi e compensazioni possono introdurre condizioni ulteriori nella fase autorizzativa successiva alla concessione. In altre parole, il terreno è idoneo per decreto nazionale, ma la Regione può stringere le maglie con proprie disposizioni — già adottate o ancora in via di definizione — e vanificare il vantaggio iniziale.
È il paradosso di un sistema in cui lo Stato centrale spinge sull’acceleratore e le amministrazioni regionali possono frenare, ciascuna con il proprio schema di vincoli. Un impianto su suolo demaniale a Campomarino non affronta lo stesso percorso autorizzativo di uno a Spilimbergo, anche se entrambi partono dalla stessa qualifica di idoneità. Il risultato è un rebus normativo che scoraggia gli operatori più piccoli — quelli che potrebbero partecipare a bandi di dimensioni contenute — e spinge i grandi player a costruirsi strade alternative, dove la prevedibilità dei tempi e dei costi conta più dell’accesso agevolato al terreno.
FS Energy: corsia privata
Prendiamo FS Energy. La società nasce a luglio 2025 per volontà del Gruppo Ferrovie dello Stato, con un mandato chiaro: installare 1,1 GW di potenza rinnovabile entro il 2029 e arrivare a 2 GW entro il 2034. Numeri che bastano da soli a dare la misura della distanza rispetto ai bandi del Demanio. Non si tratta di un operatore che partecipa a gare pubbliche per un ettaro qua e uno là: FS Energy agisce su terreni già nella disponibilità del gruppo — le aree ferroviarie — e pianifica investimenti su scala industriale, con una logica di portafoglio che non ha bisogno di passare attraverso le concessioni demaniali per trovare spazio.
Il parallelo è istruttivo. Mentre il Demanio pubblica bandi per lotti che, singolarmente, possono ospitare impianti dell’ordine di pochi megawatt, FS Energy ha già un target misurato in gigawatt e un orizzonte temporale di quasi un decennio. La differenza non è solo quantitativa: è che FS Energy non deve negoziare con il labirinto delle normative regionali sull’idoneità delle aree, perché opera su asset propri e con una regia centralizzata. Il contrasto tra la frammentazione pubblica e la determinazione di un colosso infrastrutturale mostra due modelli di sviluppo delle rinnovabili che non si parlano, e forse non hanno nemmeno bisogno di farlo.
Restano i bandi del Demanio, che continuano a uscire — prima i quattro pilota, poi Belluno e altri — con il loro carico di buone intenzioni e di incertezze autorizzative. Il dato da monitorare nei prossimi mesi non è il numero di gare pubblicate, ma quanti impianti arriveranno effettivamente al commissioning. Tra le variabili regionali, i possibili ricorsi e la concorrenza di chi ha già scelto un’altra strada, il rischio è che il Demanio resti con i pezzi in mano e pochi giocatori disposti a muoverli.




