Il contratto per 69 monopali triplica le installazioni del primo semestre 2023 nel Benelux

L’Europa ha fissato target ambiziosi per l’eolico offshore, li ha messi nero su bianco nelle direttive e nei piani nazionali, ma quando si guarda alla capacità reale di costruire, i numeri raccontano un’altra storia. Già nel primo semestre del 2023, secondo un’analisi pubblicata da Sea-Impact, sette diverse compagnie di navi erano attive nel mercato dell’installazione di fondazioni, con almeno 20 componenti di fondazione installati. Ventidue, per la precisione, in sei mesi, spalmati su tutti i cantieri del Mare del Nord. Un’inezia, se messa a confronto con i gigawatt che i governi continuano ad annunciare. Nei giorni scorsi, l’annuncio diffuso da DEME Group — un contratto per il trasporto e l’installazione di 69 fondazioni monopalo per la Fase 1 del parco eolico offshore Zeevonk, nei Paesi Bassi — prova ad accorciare le distanze tra promesse e realtà, ma lascia aperti tutti gli interrogativi sulla tenuta della supply chain.

Il gap delle fondazioni: l’offshore che non c’è

Il paradosso è sotto gli occhi di chiunque segua la transizione energetica senza farsi incantare dai comunicati stampa. Da un lato, i consessi internazionali moltiplicano gli impegni: più eolico, più rinnovabili, più idrogeno. Dall’altro, la catena industriale che dovrebbe trasformare quegli impegni in acciaio piantato sul fondale marino procede a singhiozzo. Il contratto appena ottenuto da DEME, sviluppato congiuntamente da Vattenfall e Copenhagen Infrastructure Partners, prevede la posa di 69 monopali — un ordine che, da solo, triplica il numero di fondazioni installate nell’intero primo semestre 2023 nell’area del Benelux. Un segnale di accelerazione, certo, ma anche la fotografia di quanto si sia partiti lentamente.

Zeevonk, una volta completato, fornirà circa 1 GW di capacità eolica offshore. Non è un progetto minore: è uno dei tasselli su cui i Paesi Bassi contano per rispettare gli obblighi di decarbonizzazione. La timeline ora è più chiara: la Fase 1 dovrà essere operativa entro il 2029, la Fase 2 seguirà nel 2032, aggiungendo un altro GW di eolico e 500 MW di capacità di integrazione di sistema. Numeri che fanno impressione, ma che impongono una domanda scomoda: chi sta davvero tirando la volata a questa domanda di fondazioni? E, soprattutto, chi è disposto a pagare il conto?

Google e l’idrogeno: la domanda che cambia l’eolico

La risposta arriva da un compratore insolito, lontano dalle logiche tradizionali delle utility elettriche. A fine 2024, Google NL ha firmato un power purchase agreement per acquistare 250 MW di energia eolica generata dal progetto Zeevonk, con l’obiettivo di alimentare i propri data center locali per 15 anni. L’accordo, stando a quanto comunicato da Copenhagen Infrastructure Partners, include un’opzione per raddoppiare l’acquisto fino a 500 MW. Non è una semplice operazione di copertura finanziaria: è un’azienda tech globale che mette sul piatto una domanda stabile e di lungo periodo, garantendo ai promotori la certezza dei ricavi necessaria per far scattare gli investimenti.

Ma Zeevonk non sarà soltanto un parco eolico. La joint venture tra Vattenfall e CIP — che ha ottenuto il permesso per costruire il sito IJmuiden Ver Beta già nell’estate del 2024 — ha innestato nel progetto due elementi che ne cambiano radicalmente la natura: un parco solare galleggiante offshore da 50 MWp e un elettrolizzatore nel porto di Rotterdam, pensato per convertire l’elettricità prodotta in idrogeno verde. L’eolico offshore, in altre parole, comincia a essere progettato non più soltanto come fonte di chilowattora da immettere in rete, ma come piattaforma di produzione per un vettore energetico che serve all’industria pesante, alla chimica, ai trasporti marittimi. L’idrogeno verde ha bisogno di elettricità rinnovabile in quantità enormi e a costi competitivi: Zeevonk scommette di poter fornire entrambi.

Il meccanismo è chiaro: Google compra energia pulita per i suoi data center, l’elettrolizzatore assorbe la produzione in eccesso o quella destinata a usi non elettrici, e il sistema nel suo complesso diventa più flessibile — e più redditizio — di un semplice impianto che dipende dai prezzi all’ingrosso dell’elettricità. Se funziona, è un modello replicabile su larga scala in tutto il Mare del Nord. La domanda, dunque, è solida. Ma la realizzazione è tutt’altro che garantita.

2029 è già domani: la sfida della supply chain

Tra il contratto firmato e le turbine in mare ci sono anni di lavoro, cantieri, collaudi e imprevisti. E il mercato delle fondazioni è più stretto di quanto sembri a giudicare dai titoli delle gare. Già nella primavera del 2023, RWE e Northland Power avevano selezionato Van Oord come fornitore preferito per l’installazione delle fondazioni di 104 turbine eoliche offshore nel cluster Nordsee, in Germania, un progetto da 1,6 GW. Due grandi commesse, poche navi specializzate disponibili, scali portuali contesi. Chi arriva secondo in questa corsa rischia di trovarsi senza una finestra operativa, oppure di dover rinegoziare costi e tempi con margini sempre più ridotti.

La tensione è strutturale, non congiunturale. La Commissione europea ha alzato l’asticella a 111 GW di eolico offshore installato entro la fine del decennio, ma l’industria delle installazioni non cresce alla stessa velocità. Ogni monopalo richiede navi posacavi e posatubi specializzate, personale altamente qualificato e condizioni meteo-marine favorevoli — una combinazione che non si moltiplica a comando. Il contratto DEME-Zeevonk accende un faro su questa realtà: un primo GW atteso per il 2029, un secondo per il 2032. Sette anni da oggi. Sembrano tanti, ma nella logistica offshore sono un orizzonte già affollato.

Riuscirà la supply chain europea a reggere il passo, o i target finiranno per arenarsi in banchi di nebbia normativa e colli di bottiglia industriali? Il caso Zeevonk dice che la domanda industriale — quella vera, fatta di data center e idrogeno — è arrivata prima del previsto. Ora tocca ai porti, alle navi e agli ordini di acciaio dimostrare che l’accelerazione non resterà sulla carta.