Dalla produzione televisiva all’energia solare, la svolta green di New Time punta a industrializzare il perovskite entro il 2030
Quattro anni. È il tempo che si è data New Time per passare dai pannelli solari in vetro alle celle in perovskite. Una scommessa sostenuta da un piano di investimenti da oltre 25 milioni di euro per Net Zero, che parte da Forlì ma guarda ai laboratori di Delft e Bari. L’azienda ha annunciato lo scorso aprile l’obiettivo di avviare la produzione su larga scala di celle in perovskite in Italia entro il 2030. Il 2028 sarà il primo vero banco di prova.
La notizia farebbe già notizia di suo: il perovskite è da anni indicato come la tecnologia che potrebbe ridurre i costi del fotovoltaico e aumentarne l’efficienza, con rendimenti di conversione che in laboratorio hanno già superato il 26%. Ma a renderla particolare è il profilo dell’azienda che la rilancia. Perché New Time, fino a pochi anni fa, faceva tutt’altro.
Da Cinecittà ai tetti solari: la strana storia di New Time
New Time è stata fondata nel 2003 a Forlì come azienda specializzata nella produzione televisiva e cinematografica. Per vent’anni ha operato in un settore che con il fotovoltaico non aveva nulla a che fare. Poi, nel 2023, la svolta: l’acquisizione dello stabilimento di Budrio ha segnato l’ingresso nel mondo dell’energia solare. Un cambio di rotta radicale, che in pochi anni ha portato l’azienda a reinventarsi completamente.
Alla fine del 2024 è arrivata la firma di un accordo strategico con Huasun, il primo produttore mondiale di moduli a eterogiunzione (HJT) e di pannelli fotovoltaici integrati negli edifici, i cosiddetti BIPV. Nel frattempo, New Time ha sviluppato tre nuovi prodotti: pavimenti fotovoltaici, tegole in vetro per tetti e vetro per parapetti e facciate continue. Soluzioni che puntano a integrare la generazione di energia nelle superfici degli edifici senza l’impatto visivo dei pannelli tradizionali.
Il 2025 è stato l’anno dei riconoscimenti. A marzo Paolo Cimatti, amministratore delegato di New Time, è stato premiato CEO dell’Anno per Innovazione & Leadership ai Le Fonti Awards. A novembre l’azienda è stata inserita tra i «Campioni della Crescita 2025». Ad aprile, il gruppo aveva già presentato il piano Net Zero, con quei 25 milioni di euro di investimenti che oggi fanno da cornice all’intera operazione perovskite. Numeri che raccontano una crescita rapida, ma che da soli non spiegano la direzione di marcia.
Il cuore della scommessa: perovskite e riciclo
Oggi il gruppo non si accontenta più di installare moduli HJT di Huasun. Vuole produrre la tecnologia del futuro. Il progetto si chiama PEROVSKIN ed è stato presentato lo scorso aprile: punta a industrializzare in Italia le celle solari in perovskite, con una tabella di marcia di quattro anni che coinvolge ricercatori del CNR, dell’Università di Bari e della TU Delft. L’obiettivo intermedio è una produzione pilota con processi stabilizzati entro tre anni; quello finale, la scala industriale entro quattro.
Il perovskite non è una novità nei laboratori. Da oltre un decennio i ricercatori ne studiano il potenziale: costi di produzione potenzialmente inferiori a quelli del silicio, celle flessibili e semitrasparenti, efficienze in rapida crescita. Ma il passaggio dalla scala di laboratorio a quella industriale si è rivelato finora il vero ostacolo. Rendere ripetibile su larga scala ciò che funziona in condizioni controllate è un problema di chimica dei materiali, di ingegneria di processo e di controllo qualità. Chi riuscirà a farlo per primo avrà un vantaggio competitivo rilevante, e New Time sta cercando di posizionarsi in quel gruppo di testa.
Poi c’è l’altro tassello della strategia, annunciato lo scorso 6 luglio: la nascita di Pantarei, una joint venture paritetica con Esaving per il riciclo di pannelli solari esausti. L’investimento iniziale è di tre milioni di euro. L’idea è costruire una filiera integrata: recuperare i materiali dai pannelli a fine vita, trattarli e reimmetterli nel ciclo produttivo. In prospettiva, anche per le future celle in perovskite. Una logica che ha un suo senso industriale: presidiare l’intera catena del valore, dalla posa in opera al fine vita del modulo.
Messa in fila, la sequenza è chiara: installazione di moduli HJT oggi, sviluppo delle perovskite domani, riciclo dei materiali dopodomani. Ma i conti vanno fatti con i numeri: 25 milioni di euro di investimenti complessivi non sono molti, se paragonati ai capitali che si muovono nel fotovoltaico a livello globale. Per dare un riferimento, un singolo impianto di produzione di moduli in silicio su scala medio-grande richiede investimenti nell’ordine delle centinaia di milioni. La partita si gioca sulla rapidità di esecuzione e sulla capacità di fare sistema con università e centri di ricerca.
Cosa guardare: il 2028 come primo banco di prova
Se il 2030 è l’obiettivo finale, i prossimi due anni saranno quelli in cui si capirà se la scommessa ha gambe. Entro il 2028, New Time dovrebbe avere processi di produzione pilota stabilizzati. È il passaggio in cui molte promesse di laboratorio si sono arenate: passare dalla cella da record ottenuta in condizioni ideali a un processo ripetibile su scala semi-industriale è un salto che pochi finora hanno completato con successo.
Un altro indicatore sarà l’evoluzione di Pantarei: se la joint venture per il riciclo inizierà a operare a regime, confermerà che la logica di filiera integrata non è solo una dichiarazione d’intenti. Serviranno nuovi capitali: i tre milioni iniziali sono un punto di partenza, non di arrivo. Anche qui, la rapidità con cui arriveranno i primi risultati concreti farà la differenza tra chi resta sulla carta e chi entra davvero nel mercato.
Il 2028 dirà se l’Italia può giocare un ruolo nella corsa al perovskite, o se resterà un sogno da laboratorio. Per ora, l’unica certezza è che un’azienda nata per fare televisione ci sta provando. Ed è già una notizia.




