Il passaggio dalla fase amministrativa a quella operativa segna l’inizio della sfida gestionale

Cosa serve per trasformare una scuola in un nodo di produzione energetica condivisa? A Spinea, la risposta ha cominciato a prendere forma nelle scorse settimane sul tetto dell’istituto Ippolito Nievo, dove il Comune ha avviato la fase operativa della sua prima Comunità Energetica Rinnovabile con l’intervento di efficientamento energetico che comprende la realizzazione di un impianto fotovoltaico, come documentato negli atti amministrativi. L’annuncio ufficiale è arrivato a inizio luglio, quando la CER di Spinea è entrata ufficialmente nella fase operativa, segnando il passaggio dalla carta ai pannelli.

Non si tratta di un progetto pilota né di un prototipo sperimentale: l’impianto in costruzione alla Nievo è un intervento standard di edilizia scolastica innestato nel nuovo quadro regolatorio delle comunità energetiche. I moduli fotovoltaici vengono posati sul tetto dell’edificio nell’ambito di un appalto di efficientamento che il Comune aveva già programmato, ma che ora assume una doppia funzione: ridurre i consumi dell’istituto e immettere l’energia eccedente nel perimetro di condivisione della CER. La configurazione è quella classica dell’autoconsumo collettivo, con l’edificio scolastico che funge da produttore e i membri della comunità — cittadini, attività commerciali, altre utenze pubbliche — che prelevano l’energia immessa in rete nella stessa zona di mercato. Ma la posa dei moduli è solo l’inizio: ciò che conta è come l’energia verrà condivisa e quali benefici porterà alla comunità.

La promessa e il cammino già fatto

Se l’impianto di Spinea è un punto di partenza, cosa possiamo imparare da chi è già partito? Secondo l’amministrazione comunale, la comunità energetica rappresenta «una grande opportunità per i cittadini di Spinea, non solo in termini di risparmio economico ma anche per il contributo alla riduzione dell’impatto ambientale». La formula è quella ormai nota: chi condivide l’energia riceve un incentivo dal GSE sulla quota di autoconsumo collettivo, calcolato sulla base della potenza installata e dell’energia effettivamente condivisa. Per un impianto su una scuola, con consumi concentrati nelle ore diurne e una produzione fotovoltaica che segue la stessa curva, il tasso di autoconsumo fisico può superare il 60-70%, riducendo la quota di energia prelevata dalla rete e tagliando la bolletta del Comune. L’eccedenza estiva, quando la scuola è chiusa, viene invece valorizzata attraverso la condivisione virtuale con gli altri membri della CER.

A poca distanza, la Comunità Energetica Rinnovabile “Cer Mirano One” offre un caso concreto di cosa significhi passare dalla fase costitutiva a quella gestionale. Nata come evoluzione di una CER avviata già nel 2024, a inizio 2025 è entrata in una nuova fase operativa con l’attivazione di uno sportello dedicato e di un sito per l’informazione ai soci. Il salto operativo, a Mirano come a Spinea, non sta tanto nell’installazione dei pannelli — un’attività edilizia tutto sommato ordinaria — quanto nella costruzione del modello di governance: contratti di condivisione, ripartizione degli incentivi, gestione dei flussi energetici e manutenzione degli impianti.

Eppure, a guardare i dati complessivi, l’accelerazione non è ancora arrivata. Secondo i dati GSE riportati dal portale dedicato, a fine marzo 2025 in Italia si contavano 578 iniziative operative di autoconsumo collettivo. Un numero in crescita rispetto ai mesi precedenti, ma ancora lontano dalle migliaia di configurazioni che il decreto CER puntava ad attivare. Il confronto è impietoso: 578 impianti condivisi a livello nazionale significano, in media, meno di tredici configurazioni per regione, con forti concentrazioni in alcune aree e intere province ancora scoperte. La curva di adozione segue un andamento lineare, non esponenziale — e questo a quasi un anno e mezzo dall’entrata in vigore degli incentivi.

Il decreto c’è, ma il cantiere è appena aperto

Il decreto CER è stato pubblicato il 23 gennaio 2024 ed è entrato in vigore il giorno successivo, dopo la registrazione della Corte dei Conti e l’approvazione della Commissione europea. Il testo definisce le modalità di calcolo degli incentivi, i requisiti per gli impianti (potenza massima di 1 MW per singolo impianto, connessione alla rete di distribuzione nella stessa cabina primaria) e i criteri di ripartizione dell’energia condivisa. Un quadro normativo definito, dunque, che attende solo di essere riempito da progetti cantierabili. Ma i numeri raccontano di una diffusione graduale, più lenta di quanto il dibattito pubblico suggerisca. Per chi installerà e gestirà i prossimi impianti, il lavoro vero inizia adesso.

La vicenda di Spinea lo mostra con chiarezza: l’atto amministrativo che costituisce la CER e la delibera che approva l’intervento di efficientamento sono solo i primi passi. Poi vengono la progettazione esecutiva, la posa dei moduli, il collaudo e infine la connessione alla rete con la configurazione per l’autoconsumo collettivo. Solo quando il contatore del GSE inizierà a registrare i flussi di energia condivisa si potrà misurare il rendimento reale dell’investimento. Per l’installatore e il gestore, la differenza la faranno scelte tecniche e contrattuali che trasformano i pannelli in risparmi reali: la comunità energetica non è solo un atto amministrativo, ma un sistema che va manutenuto e ottimizzato ogni giorno. L’inclinazione dei moduli, la gestione delle ombreggiature, la taratura degli inverter, la manutenzione programmata e la comunicazione costante con i soci sono variabili che impattano direttamente sulla resa chilowattora per chilowattora installato. Ed è su questo piano che si giocherà la partita vera della transizione energetica diffusa. Non sui proclami, ma sulla capacità di far funzionare bene, giorno dopo giorno, un impianto su un tetto scolastico.