L’impianto bifacciale da 742 kWp condivide 600.000 kWh annui tra 55 utenze comunali

Bifacciale non è un aggettivo da scheda tecnica per addetti ai lavori. Significa che i 1.281 moduli fotovoltaici posati in via Postumia catturano fotoni da entrambi i lati: radiazione diretta sul fronte e luce riflessa dal terreno sul retro. Il guadagno in produzione per metro quadrato non è marginale quando si ragiona su un impianto da 742 kWp di potenza complessiva. Secondo il comunicato ufficiale del Comune di Cremona, la produzione annua attesa si attesta intorno al milione di chilowattora: 600.000 kWh, il 60% del totale generato, saranno condivisi tra 55 utenze comunali. Un tasso di autoconsumo che sposta il baricentro del progetto dalla semplice immissione in rete alla logica della comunità energetica.

L’impianto che guarda avanti (e indietro)

La scelta dei moduli bifacciali non è una concessione al vezzo tecnologico. In un impianto a terra come quello di via Postumia, la superficie sottostante — ghiaia, erba, asfalto chiaro — restituisce una frazione dell’irraggiamento incidente che i moduli tradizionali monofacciali ignorano completamente. I dati di letteratura indicano incrementi di resa compresi tra il 5% e il 20% a seconda dell’albedo, ma qui il punto non è la percentuale esatta: è che quei kilowattora extra arrivano senza occupare un centimetro quadro in più, alzando la densità energetica dell’installazione. Con 742 kWp installati e quasi un milione di kWh attesi all’anno, il capacity factor si mantiene su valori coerenti con la latitudine padana, ma la quota di energia effettivamente utilizzata in loco — 600.000 kWh su 1.000.000 — è il parametro che conta quando si parla di incentivi e di ritorno economico. Non basta produrre: bisogna consumare ciò che si produce nello stesso momento o nella stessa ora, ed è su questo allineamento che si gioca la partita.

Ma un impianto non è mai solo silicio e inverter. Per capire perché questi numeri contano, bisogna guardare al di là del cancello di via Postumia, dentro le regole che hanno reso possibile l’operazione e dentro la storia di chi l’ha firmata.

Dal municipio alla comunità: il decreto che dà valore ai kilowattora

L’energia condivisa tra palazzo comunale, scuole, uffici e altre utenze pubbliche non sarebbe configurabile senza un cambio di regole avvenuto due anni fa. Il Decreto CACER — Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica numero 414 del 7 dicembre 2023 — è in vigore dal 24 gennaio 2024 e definisce le modalità con cui vengono concessi incentivi alle configurazioni di comunità energetiche rinnovabili, gruppi di autoconsumatori e autoconsumo a distanza. In pratica: per la prima volta, l’elettricità generata da un impianto può essere abbinata ai prelievi di utenze diverse dal produttore, anche se fisicamente distanti, purché connesse alla stessa cabina primaria. È la cornice che trasforma un parco fotovoltaico da semplice fornitore di energia a piattaforma di condivisione.

A costruire l’impianto e a mettere in relazione la produzione con i consumi del Comune è AEM Cremona, società nata oltre cento anni fa come Azienda Elettrica Municipalizzata e oggi perno tecnico della transizione energetica locale. L’architettura della Comunità Energetica Rinnovabile — la CER di Cremona — poggia su una doppia leva: riduzione dell’impatto ambientale, con minore CO₂ immessa nell’aria, e riduzione dei costi economici grazie all’autoconsumo. Il risparmio è reale, misurabile sulle bollette delle utenze comunali, e per questa via si trasferisce indirettamente sui cittadini cremonesi. Il sindaco Andrea Virgilio lo ha sintetizzato così: «Fare del Comune di Cremona non soltanto un consumatore di energia, ma un protagonista della transizione energetica». Dichiarazione che suona come una presa di posizione, ma che va pesata su una bilancia più larga di quella cittadina. Perché Cremona non è sola in questa corsa, e la regione accanto ha già messo a punto un modello che viaggia a velocità sostenuta.

Corsa alle comunità energetiche: la sfida silenziosa

I numeri regionali danno il polso: in Emilia-Romagna, territorio confinante con la Lombardia, 15 comunità energetiche rinnovabili sono state formalmente costituite sotto la regia dei comuni, a partire da un gruppo iniziale di 26 iniziative. Gli studi di fattibilità hanno valutato 9,11 megawatt di sistemi fotovoltaici, con una produzione attesa di 11,3 gigawattora all’anno. Numeri che, rapportati alla singola CER di Cremona — 0,742 MW e circa 1 GWh annuo — mostrano la differenza di scala tra un progetto pilota comunale e un’iniziativa coordinata a livello regionale.

AEM Cremona non si ferma a via Postumia. L’azienda prevede di realizzare entro la fine del 2027 un ulteriore impianto fotovoltaico sui propri terreni in via Mantova, espandendo la capacità complessiva e allargando potenzialmente il perimetro della condivisione. Il passaggio non è scontato: il decreto CACER incentiva la partecipazione, ma il vero banco di prova non sono i megawatt installati, bensì la capacità di coinvolgere soggetti privati — famiglie, condomini, piccole imprese — oltre il perimetro delle utenze comunali. Finora la CER cremonese è una configurazione pubblica a trazione municipale. Per diventare una comunità nel senso pieno del termine, dovrà aprire le porte a chi produce e consuma fuori dalla sfera dell’amministrazione.

La domanda che resta in sospeso non è se il modello funzioni — i 600.000 kWh condivisi e il risparmio in bolletta sono lì a dimostrarlo — ma se basti per accendere un meccanismo di partecipazione più ampio. Con l’impianto di via Mantova in arrivo, la potenza installata crescerà, ma la vera transizione si misurerà sul numero di contatori privati collegati alla stessa cabina, non solo su quelli intestati al Comune. Cremona ha acceso la luce, ora deve illuminare la strada perché altri camminino con lei.