La flessibilità di bilancio europea offre 14 miliardi, ma l’89% dell’elettricità è ancora legata al gas

Pioggia di miliardi sull’Italia. Lo scorso 26 giugno, l’analisi di ECCO Climate ha messo nero su bianco cosa significa la nuova flessibilità di bilancio concessa dall’Unione europea: per il nostro Paese, una capacità di spesa aggiuntiva di circa 14 miliardi di euro tra il 2026 e il 2028. A questo si sommano altri 9,3 miliardi in arrivo dal Fondo Sociale Clima fino al 2032. Un’iniezione totale di oltre 23 miliardi. Ma mentre la notizia dà respiro ai conti pubblici, un dato stride: in Italia, il gas fissa il prezzo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore. Quasi sempre. La transizione energetica, quella vera, resta in bilico.

I numeri nudi

La decisione europea è tecnica ma politicamente densa. La Commissione ha aperto una finestra di flessibilità sui bilanci nazionali, consentendo investimenti in sicurezza energetica senza far scattare le procedure per deficit eccessivo. Per l’Italia, ECCO Climate calcola uno spazio aggiuntivo di circa 14 miliardi. A fianco, il Fondo Sociale Clima — nato come strumento compensativo per le famiglie vulnerabili — destina al nostro Paese circa 9,3 miliardi di euro dal 2026 al 2032. Sommati, sono più di 23 miliardi che entreranno nelle casse pubbliche o nelle misure di sostegno nei prossimi anni. Un sollievo non da poco, specie in una fase di rientro dal debito. Ma la domanda sorge spontanea: perché proprio l’Italia, tra i grandi Stati membri, ha bisogno di un’ossigenazione così massiccia?

Perché 14 miliardi non bastano

La risposta sta in un paradosso strutturale. L’Italia è il grande Paese europeo più esposto al prezzo del gas. Non è una sensazione: lo dicono i numeri. Secondo i dati di Ember, nel corso del 2026 il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore. In Spagna, la quota scende al 15 per cento. Il motivo è semplice: la penisola iberica ha investito massicciamente in rinnovabili e ha una quota di generazione elettrica da gas molto più bassa. Noi no. E quando il gas sale — per una crisi geopolitica, per un’interruzione dei flussi, per la speculazione — la bolletta italiana sale con lui.

Già lo scorso marzo, nei primi dieci giorni del conflitto che ha coinvolto le forniture energetiche, l’Unione europea ha pagato 2,5 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Un salasso che l’Italia, come grande importatore netto, ha subito in modo sproporzionato. Ogni shock diventa un prelievo forzoso sui redditi di famiglie e imprese. Ecco perché 14 miliardi di flessibilità di bilancio, se usati per tamponare l’emergenza, sono una goccia nel mare: la struttura del nostro mix energetico trasforma ogni turbolenza in una crisi di sistema.

Il Fondo Sociale Clima, con una dote complessiva europea di 86,7 miliardi fino al 2032, promette di attenuare l’impatto sui più deboli. Ma è un meccanismo pensato per accompagnare la transizione, non per finanziare la decarbonizzazione dell’offerta. Se i 9,3 miliardi di competenza italiana serviranno solo a sussidiare le bollette, il cane continuerà a mordersi la coda: più consumi fossili, più costi, più sussidi. Senza un cambio di passo, l’Italia rischia di restare intrappolata in un circolo vizioso di dipendenza e spesa pubblica.

L’ombra del 2028

La scadenza è nota: nel 2028 entrerà in vigore il nuovo sistema di scambio di quote di emissione, l’ETS2, che estenderà il prezzo del carbonio ai combustibili per riscaldamento e trasporti. Le famiglie italiane, già provate dalla volatilità del gas, potrebbero vedere nuovi rincari. Il Fondo Sociale Clima, che ha cominciato a operare quest’anno, è proprio la risposta preventiva della Commissione: trasferimenti diretti e investimenti in efficienza energetica per attutire il colpo. Ma tra il 2026 e il 2028 la finestra è stretta. Spendere bene i 14 miliardi aggiuntivi, e i 9,3 del Fondo, non è un’opzione: ogni euro usato per rafforzare la rete elettrica, accumuli, rinnovabili e pompaggio è un euro che riduce l’esposizione al gas. Ogni euro distribuito a pioggia, invece, è un euro che rimanda il problema.

L’Italia ha due anni per dimostrare di saper usare questi fondi in una strategia di indipendenza energetica. La pioggia di miliardi è un’occasione, ma anche uno specchio che riflette la nostra vulnerabilità. Non basta incassare: bisogna decidere se costruire un sistema elettrico che smetta di dipendere dal gas, oppure continuare a tamponare l’ennesima emergenza. La domanda è aperta.