La provincia di Taranto può accedere a fondi fino a 500mila euro per comunità energetiche
Mezzo milione di euro non è il costo di un grande impianto eolico, ma il tetto massimo del bando regionale approvato lo scorso 25 maggio con Determinazione n. 125. Una cifra che, letta sotto le ciminiere dell’ex Ilva, suona più come un palliativo che come una strategia. I numeri, messi in fila, raccontano un paradosso che da solo basta a inquadrare la partita: da una parte l’Europa che mobilita decine di miliardi per la transizione giusta, dall’altra la provincia di Taranto che si ritrova con un avviso da 7,9 milioni complessivi e un massimo di 500mila euro a progetto. La distanza tra le due cifre è la tensione su cui si regge questa storia.
L’Europa dei miliardi e la provincia dei piccoli numeri
Il Just Transition Mechanism è un’architettura da circa 55 miliardi di euro mobilitati nel periodo 2021-2027 per le regioni più colpite dalla transizione climatica. Dentro questo perimetro, il Fondo per una Transizione Giusta vale da solo 19,7 miliardi a prezzi correnti. Sono cifre da politica industriale, pensate per ammortizzare l’impatto socioeconomico della decarbonizzazione su territori che vivono di acciaio, carbone e cemento. Taranto, con la sua storia di monocultura siderurgica, dovrebbe essere il simbolo italiano di questa trasformazione. E invece i numeri dell’avviso appena aperto restituiscono proporzioni molto più artigianali.
La dotazione complessiva è di 7.910.000 euro. Non per l’intera regione: solo per la provincia di Taranto. Il contributo massimo concedibile è di 500mila euro a proposta, con un costo minimo di progetto fissato a 100mila euro. Le candidature si sono aperte il 26 giugno e chiuderanno alle 12:00 del 30 novembre 2026. Cinque mesi e quattro giorni per presentare idee, mettere insieme i soggetti, costruire una comunità energetica che abbia gambe per camminare. Sembra tempo sufficiente. Ma la domanda che resta sospesa è un’altra: cosa si può fare, in concreto, con queste risorse?
Cosa ci compri con 500.000 euro
Proviamo a rispondere aprendo la «busta» dell’avviso. Mezzo milione di euro, nell’impiantistica energetica, è una cifra che compra un impianto fotovoltaico di taglia media, forse un piccolo sistema di accumulo, sicuramente la progettazione e le pratiche autorizzative. Non compra un parco eolico, non costruisce reti di teleriscaldamento, non finanzia da solo la riconversione di un’area industriale dismessa. Per capirci: con 500mila euro si può realizzare un impianto fotovoltaico a terra da circa 400-500 kWp, sufficiente a servire qualche decina di famiglie. Nulla che sposti gli equilibri di un territorio di 580mila abitanti con un’impronta industriale pesantissima come quella tarantina.
Ma fermarsi qui sarebbe un errore di prospettiva. L’avviso non è un piano di investimenti pubblici in grande scala: è un meccanismo a sportello pensato per innescare processi, non per risolverli. Il denaro, in questi strumenti, funziona come leva. La Commissione Europea lo scrive con chiarezza quando parla di comunità energetiche: possono contribuire ad aumentare l’accettazione pubblica dei progetti rinnovabili e facilitare l’attrazione di investimenti privati. Il punto non è quanto mette il pubblico, ma quanto riesce a smuovere dopo. Una comunità energetica ben strutturata, con 500mila euro di contributo iniziale, può diventare il veicolo per attrarre capitali privati che moltiplicano quella cifra per cinque o per dieci. Sempre che ci sia un tessuto sociale e imprenditoriale capace di raccogliere la sfida.
C’è un altro dato che aiuta a ridimensionare senza sminuire: il costo minimo di ogni proposta è 100mila euro. Significa che la Regione Puglia ha tarato l’avviso per intercettare progetti di taglia medio-piccola, non micro-iniziative simboliche. Con una dotazione di 7,9 milioni, se tutti i progetti chiedessero il massimo, si finanzierebbero quindici comunità energetiche al massimo. Se invece si attestassero intorno ai 300mila euro, potrebbero essere una trentina. Numeri che, spalmati su una provincia di 29 comuni, cominciano ad avere un senso: non sono la soluzione, ma sono un inizio. E in un territorio dove la povertà energetica è una realtà misurabile, le comunità energetiche possono tradursi in bollette più basse, posti di lavoro verde locale, una riduzione concreta della dipendenza dai grandi fornitori. La Commissione lo chiama «empowerment dei cittadini». A Taranto significa qualcosa di più terra terra: la possibilità di non dover scegliere tra riscaldarsi e mangiare.
Il denaro, insomma, è solo una leva. La vera forza deve venire dal basso. E qui si apre il capitolo più incerto di tutta questa vicenda.
Sei mesi per dimostrare che Taranto non è solo Ilva
Ecco perché la scadenza del 30 novembre 2026 è un test. Non burocratico, ma politico e sociale. In poco più di cinque mesi, il territorio deve dimostrare di saper cogliere l’opportunità. Non è scontato. Taranto porta addosso decenni di rapporto complicato con le istituzioni, di sfiducia verso i grandi annunci, di delusione accumulata ogni volta che la riconversione veniva promessa e poi rinviata. Il rischio che questo bando venga accolto con scetticismo, o peggio con indifferenza, è reale. E sarebbe il peggior esito possibile: non perché si perderebbero 7,9 milioni – che comunque restano soldi pubblici – ma perché si confermerebbe l’idea che la transizione giusta sia una faccenda che riguarda Bruxelles e Roma, non i quartieri e i paesi della provincia ionica.
Ci sono segnali che lasciano sperare. La Puglia è stata tra le prime regioni italiane a legiferare sulle comunità energetiche, e in provincia di Taranto esistono già esperienze embrionali di autoconsumo collettivo. Ma tra un’esperienza pilota e un ecosistema diffuso di comunità energetiche la distanza è grande, e si misura nella capacità di associazioni, piccole imprese, parrocchie, condomini e amministrazioni locali di mettersi insieme, trovare un tecnico, affidarsi a un consulente, presentare una domanda che rispetti i criteri. Non è roba da addetti ai lavori: è una sfida organizzativa che richiede competenze, fiducia reciproca e una visione di medio periodo. Mezzo milione di euro può aiutare, ma non può comprare tutto questo.
Le domande arriveranno? O il bando si perderà nel silenzio? Da qui a novembre, il termometro sarà il numero di proposte presentate. Se la risposta sarà timida, se i progetti si conteranno sulle dita di una mano, Taranto rischierà di restare la Cenerentola della transizione, nonostante i soldi sul piatto. E allora non si potrà dare la colpa all’Europa, né alla Regione, né alla dotazione finanziaria giudicata insufficiente. Il nodo sarà più profondo: la domanda locale di cambiamento non è ancora abbastanza forte da trasformare un incentivo in un’occasione.




