Il fondale profondo del Mar Celtico rende impossibile l’uso delle turbine eoliche tradizionali a base fissa
50 GW. È la stima del potenziale eolico del Mar Celtico, una cifra che da sola basterebbe a coprire una parte significativa del fabbisogno elettrico di diversi paesi europei. Il dato, pubblicato nei giorni scorsi in un’analisi del settore, non è una proiezione azzardata: poggia su misurazioni della velocità del vento e sulla vastità dell’area marina compresa tra la costa meridionale dell’Irlanda e le estremità occidentali di Galles e Cornovaglia. Ma c’è un dettaglio che trasforma questa stima da promessa a rompicapo. Le profondità del Mar Celtico rendono impraticabile l’installazione di turbine eoliche a fondazione fissa, la tecnologia su cui è stato costruito l’intero settore dell’offshore wind europeo nell’ultimo decennio.
Il problema è geologico, e non ammette scorciatoie. Mentre il Mare del Nord alterna banchi sabbiosi e profondità raramente superiori ai quaranta metri, il Mar Celtico sprofonda rapidamente. Le torri eoliche tradizionali, quelle piantate direttamente sul fondale, hanno un limite tecnico che, superata una certa soglia, le rende economicamente insostenibili. Significa che il potenziale da 50 GW non potrà mai essere sbloccato con i metodi convenzionali. Il percorso obbligato è uno solo: la tecnologia galleggiante, turbine montate su piattaforme ancorate al fondo ma non fisse, che oscillano con le onde. È un settore ancora in fase iniziale, con costi elevati e pochi progetti operativi su scala commerciale. Il Mar Celtico, in questo senso, non è una miniera pronta per essere scavata, ma un banco di prova per un’industria che deve ancora dimostrare la propria maturità.
Lezioni da Gwynt y Môr
A circa duecento chilometri a nord del Mar Celtico, al largo della costa gallese, si estende Gwynt y Môr. Commissionato nel giugno 2015, è uno dei parchi eolici offshore più grandi del Regno Unito: 576 MW di potenza installata, 160 turbine, tutte fornite da Siemens. La sua rilevanza per il discorso sul Mar Celtico non sta nei numeri di produzione, che pure sono significativi, ma nel tipo di fondazione scelta. Gwynt y Môr è un impianto a fondazione fissa, costruito su un fondale sufficientemente basso da permettere l’ancoraggio diretto delle torri al suolo marino. È un modello che ha funzionato, e che compare regolarmente nell’elenco dei parchi eolici offshore del Regno Unito come esempio di progetto riuscito.
Ma Gwynt y Môr rappresenta anche un vicolo cieco. I siti con caratteristiche simili — acque poco profonde, vicinanza alla costa, fondali stabili — sono stati progressivamente occupati nell’ultimo decennio. Nel Regno Unito, in Germania, in Danimarca, le aree migliori sono già state assegnate o sono in fase di sviluppo. Restano le acque profonde, quelle del Mar Celtico e di altre zone atlantiche, dove la tecnologia a fondazione fissa non può arrivare. Il paradosso è evidente: proprio quando l’industria eolica offshore ha raggiunto una scala e un’efficienza impensabili dieci anni fa, si trova davanti a un tetto fisico che la costringe a ripensare gli strumenti. La domanda non è se il vento ci sia o se la domanda di elettricità pulita esista. La domanda è chi sarà in grado di costruire turbine che stiano in piedi in mezzo all’oceano.
La gara delle major
A rispondere sono i colossi dell’energia, che guardano al Mar Celtico come alla prossima frontiera. I nomi in gioco raccontano di una partita che coinvolge capitali francesi, tedeschi, britannici. TotalEnergies ha progressivamente spostato una quota crescente dei propri investimenti verso le rinnovabili offshore, e la tecnologia galleggiante è uno dei pilastri dichiarati della sua strategia. EDF, attraverso le sue controllate, sta sviluppando competenze specifiche nel floating wind, con progetti pilota nel Mediterraneo e un interesse esplicito per le acque atlantiche. RWE Npower, uno dei principali operatori eolici del Regno Unito, ha già esperienza diretta nei parchi del Mare del Nord e sta studiando le condizioni per estendere la propria presenza più al largo.
Non si tratta solo di chi produce energia. La catena del valore del floating wind è più complessa di quella dell’eolico fisso, e chiama in causa attori diversi. Siemens, che ha motorizzato buona parte dei parchi offshore esistenti — incluso Gwynt y Môr — è in prima linea nello sviluppo di turbine adatte a condizioni marine estreme. Stadtwerke München, utility municipale di Monaco di Baviera, ha investito in diversi progetti eolici britannici e rappresenta un modello di come anche operatori non colossali possano ritagliarsi un ruolo nella finanza di progetto del settore. Green Investment Bank, creata dal governo britannico e poi ceduta a Macquarie, ha finanziato alcune delle prime iniziative offshore e continua a monitorare le opportunità legate alle acque profonde.
L’asticella è alta, e i numeri in gioco spiegano perché. Un parco galleggiante da 1 GW — una frazione minima rispetto ai 50 GW potenziali del Mar Celtico — richiederebbe investimenti nell’ordine di diversi miliardi di euro. I costi del floating wind sono ancora superiori del 50-70% rispetto all’eolico a fondazione fissa, anche se le curve di apprendimento osservate nel settore suggeriscono che il differenziale potrebbe ridursi significativamente con i primi progetti su scala commerciale. È un meccanismo già visto: quando l’industria eolica offshore muoveva i primi passi nel Mare del Nord, quindici anni fa, i costi erano ritenuti proibitivi. Oggi, in condizioni favorevoli, l’offshore wind compete con le fonti fossili senza bisogno di sussidi. La scommessa implicita di chi si posiziona oggi sul Mar Celtico è che la stessa traiettoria si ripeta per le turbine galleggianti.
I 50 GW sono lì, ma il cronometro è fermo sulla prossima frontiera: la prima turbina galleggiante installata in acque veramente profonde, con costi competitivi, in un progetto che non sia un prototipo ma un impianto commerciale. Quel giorno, la partita sarà davvero iniziata.




