Il successo dell’etanolo nasconde una vulnerabilità strutturale nel settore agricolo indiano

L’India ha raggiunto l’obiettivo del 20% di miscelazione di etanolo con cinque anni di anticipo rispetto al 2030. Un traguardo rivendicato dal governo come prova che la transizione energetica può correre più veloce dei piani. Eppure, come ha documentato lo scorso 3 luglio PV Magazine, nello stesso anno — il 2025 — il Paese ha importato quasi il 27% del suo fabbisogno di urea e oltre l’80% del gas naturale utilizzato per produrre fertilizzanti. Due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: da un lato l’accelerazione sul fronte dei biocarburanti, dall’altro una dipendenza cronica che riguarda ciò che mangiamo prima ancora di ciò che mettiamo nel serbatoio.

Il paradosso dell’etanolo: un trionfo che nasconde una dipendenza

I numeri della miscelazione sono reali e non si discutono. A luglio 2025 le Oil Marketing Companies pubbliche hanno toccato una media del 19,05% nell’anno di approvvigionamento 2024-25, con un picco mensile del 19,93% proprio a luglio. Il target del 20% fissato per il 2030 era già stato raggiunto. Ogni tonnellata di mais — una delle materie prime utilizzate — può produrre circa 400 litri di etanolo, anche se per ogni litro vengono emessi circa 0,8 kg di CO₂: un’impronta che il governo considera comunque preferibile a quella dei combustibili fossili puri.

Il problema è che mentre l’etanolo correva, il settore dei fertilizzanti restava al palo. L’urea da sola rappresenta oltre la metà del consumo indiano di fertilizzanti. È il mattone su cui poggia l’agricoltura del Paese, e in larga parte arriva dall’estero o viene prodotta con gas importato. Nel 2024-25 il consumo ha raggiunto circa 38,8 milioni di tonnellate, mentre la produzione nazionale si è fermata a circa 30,7 milioni: un divario di oltre 8 milioni di tonnellate che l’India non è in grado di colmare da sola. I 33 impianti di urea esistenti hanno una capacità rivalutata di 27 milioni di tonnellate, insufficiente anche solo sulla carta.

Ma se il fronte dell’etanolo ha dimostrato che con incentivi e target vincolanti si può accelerare, perché lo stesso slancio non si è tradotto in una strategia per l’autosufficienza sui fertilizzanti? La risposta sta in una combinazione di vincoli strutturali, costi politici e una dipendenza dal gas che nessun programma di blending può mascherare.

Numeri che pesano: sussidi alle stelle e il miraggio dell’autosufficienza

Dietro l’apparente successo dell’etanolo, i dati del settore fertilizzanti raccontano una storia di vulnerabilità crescente. Nel solo anno fiscale 2024-25, la spesa per sussidi ai fertilizzanti ha superato 1,71 lakh crore di rupie, equivalenti a circa 17,9 miliardi di dollari. Una cifra che da sola basterebbe a finanziare buona parte dei programmi di transizione energetica del Paese. E non è bastata: già nell’aprile 2025, il ministero dei Fertilizzanti, secondo fonti governative, ha chiesto di raddoppiare il sussidio per l’anno fiscale in corso rispetto a quanto già stanziato.

Raddoppiare un sussidio che già vale quasi 18 miliardi di dollari significa ammettere che il meccanismo attuale non regge. Il motivo è semplice: l’India produce urea usando gas naturale, e quel gas arriva in misura schiacciante dall’estero. Per tamponare l’emergenza, lo scorso marzo il governo ha stabilito che agli impianti di fertilizzanti sarà garantito almeno il 70% del loro consumo medio di gas naturale, calcolato sugli ultimi sei mesi. Una garanzia parziale — il 70%, non il 100% — che protegge da interruzioni improvvise ma non risolve il problema di fondo: finché il gas arriva da fuori, la bolletta la decide il mercato internazionale.

Con un peso simile sul bilancio pubblico e una fornitura di gas garantita solo in parte, cosa succederebbe se una crisi internazionale — un conflitto in Asia occidentale, un’impennata dei prezzi del GNL — interrompesse i flussi? La risposta è già scritta nei numeri del 2024-25: senza importazioni, mancherebbero all’appello oltre 8 milioni di tonnellate di urea. Il prezzo politico di una carenza di fertilizzanti in un Paese dove l’agricoltura impiega quasi metà della forza lavoro sarebbe incalcolabile.

AM Green e l’ammoniaca rinnovabile: la scommessa che può cambiare le regole

Di fronte a questa fragilità, c’è chi punta sull’ammoniaca verde per rompere il circolo vizioso. Il progetto più avanzato è quello di AM Green a Kakinada: una conversione brownfield — da gas a rinnovabile — di un impianto di ammoniaca esistente, con una capacità target di 1 milione di tonnellate all’anno. È il più ambizioso nel suo genere in India e rappresenta il primo tentativo concreto di produrre ammoniaca senza dipendere dal gas importato. Ma basterà un impianto pilota, per quanto grande, a invertire una dipendenza che coinvolge decine di milioni di tonnellate di urea e una filiera costruita nell’arco di decenni?

L’India ha dimostrato di saper accelerare quando vuole: l’etanolo ne è la prova, con un target centrato cinque anni prima del previsto. Ma la vera transizione energetica — quella che tiene insieme serbatoi e campi coltivati — passa anche per i fertilizzanti. Senza un piano altrettanto ambizioso su quel fronte, il successo dell’etanolo resterà un’isola felice in un mare di dipendenza.