La transizione energetica ha un punto cieco

La transizione energetica ha un punto cieco

1,1 miliardi di persone vivono in baraccopoli senza accesso stabile all’elettricità

Le città consumano circa il 75% dell’energia mondiale e producono oltre il 70% delle emissioni di CO₂. Sono numeri contenuti nel policy brief REN21 su SDG7 e città sostenibili, pubblicato in queste ore in vista di un appuntamento chiave del calendario ONU. Dentro quegli agglomerati che generano la quota maggiore di gas serra vive anche 1,1 miliardi di persone in insediamenti informali — baraccopoli sempre più esposte a ondate di calore, alluvioni e interruzioni dell’elettricità. È un paradosso che peserà sul dibattito dell’estate: la transizione energetica si decide dove l’energia abbonda, ma resterà monca finché non raggiungerà i luoghi dove l’energia manca.

La metropoli energivora

Il dato del 75% non è una sorpresa per chi segue i bilanci energetici globali, ma la sua portata si capisce meglio accostandolo all’altra cifra che il documento mette in evidenza: 1,1 miliardi di persone vivono in insediamenti urbani informali, spesso senza un accesso stabile alla rete elettrica. La stessa città che divora energia è anche il luogo dove si concentra la povertà energetica più acuta. È un paradosso strutturale: i consumi crescono nei quartieri commerciali e residenziali ad alto reddito, mentre le periferie non pianificate restano ai margini sia della rete sia degli investimenti in fonti pulite. Con l’aumento delle temperature medie, queste aree — costruite con materiali che trattengono il calore, prive di verde urbano — diventano trappole climatiche. Il risultato è che la città energivora e la città senza energia coesistono a poche centinaia di metri l’una dall’altra, e la transizione rischia di allargare la forbice anziché chiuderla.

Il countdown dell’HLPF

Il 7 luglio l’High-Level Political Forum dell’ONU — in programma fino al 15 luglio sotto gli auspici dell’ECOSOC — avvierà la revisione approfondita dell’SDG7, l’obiettivo sull’energia pulita e accessibile. Non sarà l’unico obiettivo sotto esame: la sessione 2026 toccherà anche gli SDG 6 (acqua), 9 (infrastrutture), 11 (città) e 17 (partenariati). Cinque obiettivi che, letti assieme, compongono un’unica domanda: come si finanzia la transizione dove la gente vive davvero? I policy brief pubblicati dalla rete REN21 — l’organizzazione nata nel 2004 dalla Conferenza internazionale sulle energie rinnovabili di Bonn — arrivano come contributo preparatorio a questa discussione. Il documento richiama un punto che non è retorico: quasi due terzi dei target di sviluppo sostenibile contenuti nell’Agenda 2030 richiedono azioni a livello locale. Significa che non basta installare pale e pannelli: bisogna intervenire su regole urbanistiche, mercati elettrici di prossimità e meccanismi di finanziamento che oggi escludono per definizione gli insediamenti informali, dove mancano titoli di proprietà, contratti regolari e garanzie bancarie.

Quello che le periferie chiedono

Se la transizione energetica resta confinata ai quartieri con titoli di proprietà e contratti regolari di fornitura, il gap si allarga lungo una linea che è insieme geografica e sociale. Il policy brief lo dice in modo diretto: senza un’azione mirata sugli insediamenti informali, 1,1 miliardi di persone restano fuori dal perimetro della sostenibilità. Mentre i rischi climatici — dagli allagamenti alle ondate di calore — colpiscono proprio quelle aree con maggiore intensità, per via della densità abitativa e dell’assenza di infrastrutture di adattamento. Il nodo non è solo tecnologico. Portare pannelli solari in una baraccopoli è possibile — in molte città africane e asiatiche sta già accadendo con sistemi pay-as-you-go. Ma la scala necessaria per fare la differenza richiede un salto nei meccanismi di finanziamento: strumenti pensati per comunità senza garanzie catastali, per micro-operatori energetici che non accedono al credito bancario tradizionale, per municipalità che non hanno la capacità fiscale di cofinanziare grandi progetti.

La posta in gioco è più alta di quanto suggerisca il linguaggio tecnico dei documenti ONU. Se 1,1 miliardi di persone continuano a dipendere da generatori diesel, kerosene e biomasse per cucinare e illuminarsi, la curva globale delle emissioni non si piegherà abbastanza in fretta — anche se i paesi ricchi azzerassero le loro. Non è una questione di equità tra nord e sud del mondo: è aritmetica delle emissioni. Ed è per questo che il passaggio dell’HLPF, pur non avendo poteri vincolanti, conta più di quanto appaia: orienta l’agenda politica verso la COP successiva, indirizza i bilanci della cooperazione multilaterale e — soprattutto — rende visibile o invisibile il nesso tra città informali e transizione energetica nel discorso pubblico internazionale. Il 7 luglio si capirà se quel nesso è entrato nell’agenda politica o se resterà confinato nei policy brief.

Occhi puntati su quella data: l’HLPF dirà se la comunità globale è pronta a portare i pannelli dove oggi ci sono solo tetti di lamiera.

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