La sovracapacità cinese potrebbe trasformarsi in una leva di prezzo insostenibile per l’industria occidentale

Il 98% della capacità produttiva globale di batterie LFP si trova in Cina. Non è una previsione, è la fotografia attuale di una concentrazione che rende vulnerabile qualsiasi strategia di elettrificazione al di fuori di Pechino. La scorsa settimana, il Carnegie Endowment for International Peace ha pubblicato un’analisi che quantifica la portata dello squilibrio: entro il 2030 la capacità produttiva cinese di celle per batterie supererà l’intera domanda mondiale. Non di poco, non per un margine fisiologico. Di centinaia di gigawattora, abbastanza da ridefinire i rapporti di forza industriali tra Pechino e le economie OCSE.

Un eccesso di celle: 5.862 GWh contro 5.100 GWh

Nessun altro settore energetico mostra uno squilibrio così radicale tra offerta potenziale e domanda attesa. Secondo le stime del Carnegie Endowment, la capacità produttiva cinese di celle per batterie toccherà almeno 5.862 GWh l’anno entro il 2030. La domanda globale, nello stesso orizzonte temporale, è stimata fra 3.600 e 5.100 GWh. Anche nello scenario più ottimista per i consumi, restano oltre 700 GWh di capacità in eccesso. Se si considera la forbice superiore delle proiezioni — alcune fonti secondarie che hanno ripreso il rapporto Carnegie indicano una capacità cinese fino a 6.720 GWh — il divario si allarga fino a superare i 2.600 GWh, più dell’intera capacità produttiva che i paesi OCSE riusciranno a installare entro il 2030.

Quei 2.600 GWh non sono un numero astratto. Sono l’equivalente di circa 50 milioni di pacchi batteria per auto elettriche di taglia media, oppure di una quantità di storage stazionario sufficiente ad alimentare l’Italia per diversi mesi. Il punto non è se la Cina riuscirà a saturare questa capacità — quasi certamente no, perché i tassi di utilizzo degli impianti scenderanno ben prima di arrivare a regime. Il punto è che questa sovracapacità strutturale, già oggi in costruzione, funzionerà come una leva di prezzo permanente: le celle cinesi potranno essere vendute a costi marginali che nessun produttore occidentale può sostenere, semplicemente perché gli impianti sono già stati ammortizzati o costruiti con capitale agevolato dallo Stato.

Il confronto con la capacità OCSE mette in prospettiva la sproporzione. Entro il 2030, i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico raggiungeranno complessivamente circa 1.881 GWh di capacità produttiva di celle, con un massimo potenziale di 2.422 GWh. In altre parole, tutto il mondo industrializzato al di fuori della Cina produrrà meno della metà — forse un terzo — di quanto Pechino sarà in grado di fabbricare. Il baricentro produttivo non si è spostato: è stato ancorato in Cina con un volume di investimenti che nessuna economia occidentale ha finora eguagliato. Ma la Cina non consumerà queste celle solo in casa. La domanda è: dove andranno a finire?

Dove vanno le batterie: l’Europa assorbe metà dell’export cinese

I numeri dell’export rispondono con chiarezza. Nel 2025 le esportazioni cinesi di batterie hanno superato i 6 miliardi di dollari al mese, e quasi la metà delle spedizioni è arrivata in Europa. Non si tratta di una tendenza occasionale: nei primi cinque mesi del 2026, secondo i dati ufficiali dell’Amministrazione nazionale dell’energia cinese riportati il 10 luglio scorso, l’export di prodotti verdi come batterie al litio e gruppi elettrogeni eolici è aumentato di circa il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La traiettoria è in accelerazione, non in frenata.

L’Europa è già il primo cliente delle gigafactory cinesi, e lo è diventata senza aver costruito una capacità produttiva interna paragonabile. Le fabbriche annunciate — da Northvolt in Svezia alle joint venture in Germania e Ungheria — coprono una frazione del fabbisogno previsto, e molte sono in ritardo sulla tabella di marcia. Intanto i produttori cinesi di celle LFP, che offrono densità energetiche inferiori rispetto alle NMC ma costi per kilowattora imbattibili, stanno conquistando quote negli impieghi stazionari e nei veicoli elettrici di fascia media, i segmenti dove il prezzo finale è la variabile decisiva. Resta il dilemma per Bruxelles e Washington: subire questa dipendenza o provare a reagire.

Cooperare o difendersi? La scelta delicata dell’OCSE

Il rapporto Carnegie pubblicato il 10 luglio scorso non lascia spazio a illusioni. Da un lato, raccomanda una cooperazione selettiva tra le economie OCSE e le aziende cinesi attraverso joint venture e partnership industriali: una strada che permetterebbe di accedere alla tecnologia e ai costi cinesi, ma che richiede di accettare un trasferimento di know-how asimmetrico e una dipendenza strutturale dalla supply chain di Pechino. Dall’altro, sollecita politiche industriali coordinate fra Stati Uniti, Europa, Giappone e Corea del Sud per costruire una capacità produttiva congiunta in grado di competere, con dazi, incentivi alla produzione locale e standard tecnici come strumenti di difesa commerciale. La finestra per decidere è stretta. Ognuna delle due strade ha costi e rischi opposti: la prima sacrifica l’autonomia industriale sull’altare del prezzo, la seconda richiede investimenti pubblici massicci in un contesto di bilancio già teso su più fronti.

La partita non è più tra singole aziende, ma tra blocchi industriali. La capacità in eccesso della Cina è un’onda che arriverà prima del 2030: chi installa e gestisce impianti oggi deve già chiedersi se la fornitura di batterie sarà un vantaggio di costo o una trappola geopolitica. Con 5.862 GWh di celle in arrivo da Pechino e una domanda mondiale che al massimo ne assorbirà 5.100,
la risposta non può essere rimandata ancora a lungo.