L’accordo decennale di fornitura e l’ingresso nel capitale segnano una prima per l’idrogeno verde

Ieri, 13 luglio, non è stato annunciato un nuovo record di potenza installata. Non ci sono stati comunicati roboanti su gigawatt. Eppure l’intesa tra Lhyfe e Messer segna un punto di svolta per il settore dell’idrogeno verde, e lo fa con un numero che a prima vista sembra piccolo: un 30%. Non è solo una quota: è la prima volta che il maggiore produttore europeo di idrogeno RFNBO – Renewable Fuels of Non-Biological Origin, già da settembre 2025 – cede una partecipazione nei propri asset a un partner industriale. L’altro numero da tenere a mente è diverse centinaia di tonnellate all’anno: è il volume minimo che Messer si impegna a ritirare, un flusso fisico di molecole che rappresenta il vero banco di prova di questo mercato.

Il 30% che sblocca un flusso di idrogeno

L’operazione si compone di due elementi intrecciati. Da un lato, Messer acquisisce una quota del 30% in un’entità che controlla quattro siti produttivi di Lhyfe, tre in Francia e uno in Germania. Dall’altro, le due società sigleranno un contratto decennale di fornitura di idrogeno rinnovabile. I termini commerciali non sono stati diffusi nel dettaglio, ma il comunicato ufficiale fissa le coordinate essenziali: Messer inizierà a prelevare volumi già nel corso del 2026, con un impegno che si prevede «crescerà gradualmente fino a raggiungere diverse centinaia di tonnellate all’anno».

Per dare una proporzione a questa cifra, basti pensare che un singolo distributore di idrogeno per mobilità pesante può movimentare poche decine di tonnellate all’anno. Qualche centinaio di tonnellate corrisponde già a un flusso rilevante per applicazioni industriali diffuse – trattamento dei metalli, vetro, elettronica – che sono esattamente il perimetro storico del partner. Messer, d’altronde, non è un nuovo entrante: è il più grande specialista mondiale di gas industriali a conduzione familiare, con oltre un secolo di attività alle spalle. L’annuncio di ieri ha quindi il sapore di una confluenza tra due velocità del mercato: l’agilità di uno sviluppatore puro come Lhyfe e la capillarità commerciale di un’azienda che già serve migliaia di clienti industriali con gas tecnici.

Vendere senza cedere: la formula Lhyfe

Per capire perché questo accordo arrivi proprio ora, bisogna guardare allo stato di maturazione degli impianti. Lhyfe ha già completato le fasi di autorizzazione, finanziamento, costruzione e messa in servizio dei siti coinvolti. Non siamo più nella fase di sviluppo speculativo, dove gli asset valgono poco più di un permesso e una connessione di rete. Qui parliamo di impianti operativi o in rampa finale, con un rischio di esecuzione ormai riassorbito. Ciò consente a Lhyfe di fare una mossa che nel settore immobiliare sarebbe normale, ma nell’idrogeno verde è ancora inedita: una prima rotazione di capitale.

È la prima volta per l’azienda, che così dimostra di saper cristallizzare il valore dei propri asset senza perdere né il controllo di maggioranza né il ruolo di operatore esclusivo. La quota ceduta al 30% è una minoranza qualificata, non una svendita. Lhyfe incassa liquidità – l’analista di Ideal Investisseur parla di «flussi di capitale in entrata» generati dalla vendita di una partecipazione del 30% – ma mantiene la regia industriale. In pratica, l’azienda francese sta trasformando un costo affondato (lo sviluppo dell’impianto) in un ricavo finanziario, senza rinunciare alla quota maggiore dell’upside futuro e, soprattutto, senza diventare un fornitore passivo.

E Messer? Il gigante dei gas industriali non arriva impreparato. Già nel 2021 aveva stretto un accordo di cooperazione con Siemens Energy per lavorare su progetti di idrogeno verde nella fascia 5-50 MW, destinati ad applicazioni industriali e mobilità. Entrare nel capitale dei siti Lhyfe significa assicurarsi un accesso diretto a volumi di idrogeno certificato come RFNBO, una tipologia di molecola che è ancora scarsa sul mercato e sempre più richiesta dalla clientela industriale soggetta a obblighi di decarbonizzazione. Il valore per Messer non sta solo nella materia prima, ma nella garanzia di origine e nella continuità di approvvigionamento su un orizzonte decennale.

2026: l’anno del decollo (o forse no)

Il fatto che i prelievi inizino quest’anno è più di una nota operativa. È il momento in cui un contratto su carta si trasforma in flussi fisici, e con i flussi cominciano le verifiche: i volumi ci saranno davvero? I costi di produzione saranno in linea con le attese? Il prezzo finale, una volta aggiunti logistica e compressione, reggerà il confronto con l’idrogeno grigio e con le altre forme di idrogeno low-carbon?

L’impianto tedesco di Schwäbisch Gmünd, il primo del suo genere costruito da Lhyfe in Germania e il più grande impianto commerciale dell’azienda fuori dalla Francia, rappresenta un tassello importante di questo mosaico. La sua messa in marcia ha già mostrato che il modello di produzione distribuita con elettrolisi può funzionare anche al di fuori del mercato domestico francese, storicamente favorito da un mix elettrico a basse emissioni di carbonio. Resta da vedere se la domanda industriale tedesca risponderà con la stessa rapidità con cui sta crescendo l’offerta. L’accordo con Messer va nella direzione di ridurre questo rischio: avere un acquirente impegnato per dieci anni toglie pressione alla ricerca di nuovi clienti, ma non garantisce automaticamente la scalabilità a volumi più alti.

Tenete d’occhio le centinaia di tonnellate: non sono una metrica spettacolare, ma sono concrete. In un settore dove spesso si parla di ambizioni da decine di migliaia di tonnellate ancora lontane anni luce, i volumi che cominceranno a fluire dal 2026 sono il nuovo parametro su cui misurare se il mercato è finalmente pronto a passare dalla fase dei comunicati a quella dei bilanci.