L’impianto di Roma, finanziato con 194 milioni UE, produrrà 20mila tonnellate annue di idrogeno dai rifiuti
Trieste rivendica il suo ruolo di pioniera dell’idrogeno in Italia. Ma a Roma, con 194 milioni dall’Unione europea, sta per nascere un impianto che produrrà 20mila tonnellate di idrogeno pulito all’anno dai rifiuti. I conti, per il Nordest, non tornano.
L’orgoglio triestino: primi nell’idrogeno
Lo scorso settembre, l’energia da idrogeno vicino all’inceneritore di Trieste veniva presentata come un fiore all’occhiello. «Siamo tra i primi se non i primi in Italia a fare investimenti di questo tipo», era il messaggio che accompagnava l’iniziativa. Una dichiarazione che collocava il capoluogo giuliano all’avanguardia di una transizione energetica che molti invocano ma pochi concretizzano.
La narrazione si è consolidata nei mesi successivi, fino ad arrivare alla posa della prima pietra dell’Hydrogen Hub, che secondo quanto previsto entrerà in funzione nel 2026. L’infrastruttura, realizzata in collaborazione con AcegasApsAmga, dovrebbe rappresentare il punto di svolta per un territorio che punta a diversificare le proprie fonti energetiche. L’assessore regionale alle Attività produttive, Sergio Emidio Bini, ha seguito il dossier con attenzione, consapevole che il Friuli Venezia Giulia gioca una partita delicata: attrarre investimenti verdi senza restare schiacciato tra le ambizioni di regioni più grandi e meglio finanziate.
Ma questa narrazione regge al confronto con i numeri che arrivano da Roma?
Roma: l’idrogeno dai rifiuti su scala industriale
Mentre Trieste si prepara ad accendere il suo hub, il vero colpo di scena arriva dalla capitale. L’impianto di idrogeno da rifiuti a Roma ridisegna completamente la mappa italiana della nuova economia dell’idrogeno. Entro il 2027, alle porte della città, in direzione Fiumicino, su una superficie di circa 8 ettari, sorgerà un impianto realizzato da NextChem, controllata di Maire Tecnimont, per la produzione di idrogeno a basse emissioni. La struttura sarà in grado di convertire 200mila tonnellate l’anno di rifiuti e di produrre da queste fino a 20mila tonnellate l’anno di idrogeno pulito.
Ventimila tonnellate. Per dare un ordine di grandezza, è una cifra che da sola basterebbe ad alimentare una flotta consistente di mezzi pesanti o a decarbonizzare processi industriali che oggi dipendono dal gas naturale. Ma è il finanziamento a fare la differenza: il progetto è sostenuto da 194 milioni di euro di fondi europei. Non un contributo parziale, non un cofinanziamento marginale: 194 milioni dell’Unione europea che scommette su Roma come polo strategico per l’idrogeno pulito nel Mediterraneo.
Il meccanismo è tecnicamente sofisticato: l’impianto trasforma rifiuti non riciclabili in gas di sintesi attraverso un processo di gassificazione, per poi separare l’idrogeno dalla CO2. Il risultato è idrogeno a basse emissioni, una categoria che le normative europee stanno definendo con sempre maggiore precisione e che sarà cruciale per accedere ai prossimi bandi del Fondo per l’innovazione. NextChem ha lavorato anni su questa tecnologia, e la taglia dell’impianto romano suggerisce che l’azienda veda in questo progetto non un prototipo, ma il primo tassello di una strategia commerciale su larga scala.
Il contrasto è netto: da un lato un investimento locale presentato come pionieristico, dall’altro un progetto di scala europea che mobilita risorse e tecnologie di tutt’altro livello. Che fine fa la strategia nazionale?
Chi vince e chi perde nella corsa all’idrogeno
Di fronte a questi numeri, l’entusiasmo triestino rischia di apparire come un fuoco di paglia. Non perché l’Hydrogen Hub non abbia valore: qualunque infrastruttura che produca idrogeno verde in Italia è un passo avanti rispetto a una dipendenza energetica che ci costa decine di miliardi ogni anno. Ma la domanda è un’altra: esiste un disegno coerente dietro questi investimenti, o stiamo assistendo a una gara tra territori in cui vince chi riesce a strappare il finanziamento più cospicuo?
Il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha investito capitale politico su questo progetto. Presentarlo come un primato serviva a posizionare la città nel dibattito nazionale sull’energia, ma i fatti raccontano una storia diversa. Non è questione di essere primi o secondi: è questione di scala. Un impianto finanziato con risorse locali o con un capitolo del PNRR avrà sempre margini più stretti rispetto a un progetto che l’Europa decide di sostenere con 194 milioni perché lo considera strategico per l’intero continente.
Il rischio è la frammentazione. Se ogni città, ogni regione, rivendica il proprio hub dell’idrogeno senza un coordinamento nazionale, il risultato sarà una mappa punteggiata di piccoli impianti che faticano a raggiungere economie di scala. E senza economie di scala, l’idrogeno resta costoso, quindi poco competitivo, quindi marginale. È un circolo vizioso che l’Europa conosce bene: per questo tende a concentrare le risorse su pochi grandi progetti invece di distribuirle a pioggia.
Per i cittadini e le imprese del Friuli Venezia Giulia, l’incertezza è doppia. Da un lato, aspettano di capire se l’hub entrerà effettivamente in funzione nel 2026 e se genererà ricadute occupazionali tangibili. Dall’altro, osservano Roma attrarre investimenti che inevitabilmente sposteranno il baricentro dell’industria dell’idrogeno verso il Centro-Sud. Non è una questione di campanilismo: è che le filiere industriali si costruiscono attorno ai grandi poli produttivi, e se il polo è a Fiumicino, le aziende della componentistica, della manutenzione, della logistica guarderanno lì.
La domanda resta aperta: il PNRR e i fondi europei premieranno i pionieri o chi presenta il progetto più grande? La risposta, per ora, sembra la seconda. E non è necessariamente un male, se significa che l’Italia avrà finalmente un impianto di scala europea per l’idrogeno pulito. Ma sarebbe utile dirlo con chiarezza, invece di alimentare narrazioni locali che rischiano di creare aspettative destinate a essere deluse.
Ora la domanda è: l’hub di Trieste, che dovrebbe entrare in funzione quest’anno, sarà il fiore all’occhiello di una transizione diffusa o rimarrà un investimento periferico in una mappa dell’idrogeno sempre più concentrata su pochi grandi poli?




