Il nodo normativo frena il potenziale degli scali come hub energetici per la transizione
L’incontro si è svolto presso la Sala Orlando di Confcommercio, preceduto dall’assemblea privata dell’associazione. Al centro della sessione pubblica c’era proprio il tema della sicurezza energetica, il ruolo strategico dei porti e il contributo che la logistica energetica può offrire alla transizione. Ma dietro i ragionamenti è affiorato con chiarezza un paradosso: la visione esiste, mancano le regole del gioco.
L’assemblea 2026: la cronaca di un vuoto
La scelta di dedicare l’evento alla sicurezza energetica non sorprende, in un momento in cui le catene di approvvigionamento globali sono sotto pressione e la diversificazione delle fonti è tornata una priorità. Meno scontata è stata la fotografia emersa: le infrastrutture portuali potrebbero diventare snodi chiave per l’intero sistema, ma non esiste un quadro pensato per accompagnarle in questa transizione.
Non è una questione di investimenti già stanziati o di progetti in fase di studio: il punto è che mancano le leve stesse per progettarli, regolarli e finanziarli in modo organico. Il segnale lanciato dall’associazione che rappresenta da oltre quarant’anni gli operatori del comparto è chiaro e privo di enfasi: serve un intervento normativo, altrimenti il potenziale resta sulla carta.
Quarant’anni di logistica, ora la svolta green
Riavvolgiamo il nastro. Assocostieri è stata costituita a Roma nel 1983, in un’epoca in cui gli interessi da rappresentare erano quasi esclusivamente quelli della logistica petrolifera. I porti erano punti di passaggio per greggio e prodotti raffinati, e l’associazione ha accompagnato per decenni l’evoluzione di un settore abituato a ragionare in termini di volumi fossili.
Oggi lo scenario è capovolto. Gli scali italiani non devono più solo stoccare e movimentare combustibili tradizionali, ma diventare hub multi-commodity, capaci di gestire un ventaglio di vettori energetici che spazia dai gas liquefatti ai biocarburanti, fino alla produzione in loco di energia rinnovabile. È un cambio radicale, che richiede non solo nuovi impianti ma anche un framework regolatorio aggiornato. L’associazione, da oltre 40 anni interprete delle esigenze degli operatori, si trova oggi a fare i conti con un vuoto che rischia di rallentare tutto.
Hub multi-commodity: la visione e l’ostacolo
La visione è articolata. I porti dovrebbero fungere, innanzitutto, da distributori multicommodity di combustibili: dal Gnl al bio Gnl fino all’Hvo, il biodiesel messo a disposizione degli armatori. Ma non solo: sono immaginati anche come luoghi di produzione di energie rinnovabili, sfruttando spazi, collegamenti e competenze logistiche che nessun altro nodo infrastrutturale possiede nella stessa misura.
Per riuscirci, però, servono strumenti normativi e finanziari chiari. È l’ammissione lapidaria che arriva dagli operatori, e che trasforma una potenzialità in un blocco. L’Italia ha le condizioni di partenza: posizione geografica, capacità logistica, know-how industriale. Ma senza regole condivise — su concessioni, incentivi, iter autorizzativi, priorità di allaccio per impianti rinnovabili — il percorso resta accidentato.
Il rischio non è astratto. Se i porti del Nord Europa procedono più spediti nel dotarsi di infrastrutture per i nuovi combustibili, il sistema italiano perde attrattività per le rotte commerciali che sempre più premiano scali attrezzati per il rifornimento di carburanti a basse emissioni. E in un contesto in cui la sicurezza energetica passa anche dalla capacità di diversificare e produrre in casa, restare indietro significa esporre il Paese a nuove vulnerabilità.
La politica ora ha di fronte a sé un bivio. Nei prossimi mesi la pressione del settore marittimo e logistico crescerà, anche perché gli obiettivi europei di decarbonizzazione dei trasporti rendono inevitabile un adeguamento. Ma il tempo tecnico per legiferare non è infinito: ogni mese perso è un mese in cui gli operatori investono altrove, o rimandano decisioni. Lo zero di oggi è un punto di partenza insostenibile. Il prossimo numero da tenere d’occhio non sarà più quello, ma la data del primo decreto dedicato ai porti energetici. Senza quella, il potenziale italiano rischia di restare un miraggio.




