I fondi vedono margini superiori al 20% e puntano su piattaforme integrate per scalare la produzione

Mario, allevatore in provincia di Cremona, ha sempre considerato il biometano un’idea affascinante ma troppo complicata. Trasformare il letame in energia pulita gli sembrava un sogno da pionieri, fatto di tecnici in visita, scartoffie infinite e bandi regionali da decifrare. Poi, in una mattina qualunque di luglio 2026, riceve una chiamata: un fondo di private equity ha rilevato l’impianto di biogas a pochi chilometri dal suo caseificio e vuole comprare tutto il suo potenziale produttivo per integrarlo in una piattaforma nazionale. Mario non è un caso isolato. Secondo Staffetta Quotidiana, questa vicenda racconta un cambiamento strutturale: il settore del biometano sta entrando in una fase più industriale, con fondi e major energetiche impegnati nella costruzione di portafogli di impianti e nell’integrazione della logistica e delle attività operative. Ma cosa sta succedendo esattamente? E, soprattutto, cosa significa per chi, come Mario, si trova nel mezzo di questa transizione?

Il biometano diventa grande

La chiamata a Mario non è un’anomalia, ma il sintomo di una trasformazione profonda che riguarda tutta la filiera. Già gli analisti di McKinsey inquadrano il momento come una terza fase di sviluppo, in cui gli impianti di biometano smettono di essere progetti pionieristici e diventano asset di una piattaforma energetica professionalizzata. Non si tratta più di installare qualche digestore per spirito ambientalista: si ragiona in termini di infrastruttura, con processi standardizzati, approvvigionamento stabile e rendimenti misurabili.

Il vantaggio economico di questa riorganizzazione è tangibile. Le piattaforme integrate possono spuntare costi di approvvigionamento della materia prima significativamente inferiori rispetto a chi opera in modo frammentato. Significa che il letame, i reflui zootecnici e gli scarti agricoli che Mario produce ogni giorno acquistano un valore più alto se aggregati a un sistema più ampio, capace di ottimizzare raccolta, trasporto e trasformazione. I numeri danno ragione a chi sta investendo: i ritorni del settore, calcolati come tasso interno di rendimento, possono passare dall’attuale livello dell’8-12% a oltre il 20%. Sono margini che fanno gola a qualsiasi fondo e che spiegano l’accelerazione in corso.

La distanza tra la situazione attuale e gli obiettivi nazionali è un altro motore di questa corsa. Il PNIEC italiano ha fissato un target di 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. Nel 2024, stando ai dati riportati dallo stesso osservatorio PwC, in Italia sono stati prodotti appena 0,4 miliardi di metri cubi. In pratica, per centrare l’obiettivo il Paese dovrebbe moltiplicare per oltre quattordici la produzione attuale in meno di sei anni. Uno scatto che nessun singolo allevatore, per quanto virtuoso, può realizzare da solo: servono capitali, competenze industriali e una regia unica. Ecco perché i grandi fondi stanno entrando a gamba tesa.

Il mercato, del resto, è ancora molto polverizzato. I primi 20 player per capacità produttiva prospettica detengono poco più del 30% della quota di mercato. C’è spazio per crescere e aggregare, e chi arriva prima con una strategia di piattaforma può consolidare posizioni importanti. L’operazione più emblematica è quella di Verdalia Bioenergy, che ha chiuso un finanziamento da 671 milioni di euro, il primo e più grande del suo genere nel settore europeo del biometano. Quando un’azienda ottiene una cifra del genere, il messaggio per il sistema bancario e per gli investitori è inequivocabile: il biometano non è più una scommessa tecnologica, ma un’infrastruttura energetica con rendimenti prevedibili e rischi calcolabili.

Cosa conviene fare ora

Se i grandi fondi vedono margini superiori al 20%, significa che anche chi possiede una stalla o un piccolo impianto può trarne vantaggio, ma solo a certe condizioni. La professionalizzazione del settore non premia il fai-da-te. Per un allevatore come Mario, la scelta più concreta oggi non è inseguire l’autosufficienza energetica a tutti i costi, ma valutare se entrare in una piattaforma che aggrega più produttori. In questo modo, si può beneficiare di costi operativi ridotti, di un prezzo di ritiro stabile per il biogas e di una gestione della burocrazia che, da soli, sarebbe insostenibile.

Certo, non tutti i piccoli produttori sono in condizione di aderire a un progetto aggregato. Servono volumi minimi di materia prima costanti durante l’anno, prossimità logistica a un impianto di upgrading e contratti chiari che proteggano da oscillazioni eccessive del mercato energetico. Chi si trova in zone isolate, con allevamenti molto piccoli o con una produzione discontinua, farebbe bene a valutare con cautela le promesse di resa facile: il salto dall’8 al 20% di IRR non è automatico, ma dipende dalle efficienze di scala.
Senza scala, quel salto non si materializza.

Per i cittadini, la trasformazione ha un risvolto più indiretto ma non irrilevante. Più biometano immesso nella rete significa meno dipendenza dal gas importato e un prezzo medio dell’energia potenzialmente più stabile nel medio termine. Non è uno sconto immediato in bolletta, ma una leva strutturale che può contenere i picchi di prezzo quando i mercati internazionali si fanno turbolenti. Per questo, anche chi non possiede una stalla ha interesse a capire se la filiera del biometano sta funzionando.

In definitiva, il biometano non è più una nicchia da pionieri: sta diventando una scelta concreta per chi cerca rendimenti e per chi vuole energia pulita a costi competitivi. Capire il momento giusto per entrare — come produttore aggregato o come investitore indiretto — è ciò che fa la differenza tra subire il cambiamento e guadagnarci. Mario, dopo quella chiamata, ha iniziato a fare due conti. E ha scoperto che il letame, se lo guardi con gli occhi giusti, vale più di quanto pensasse.