La turbina antartica sulle Alpi italiane alimenta un elettrolizzatore da 1 MW

Un aerogeneratore progettato per resistere alle bufere antartiche ora produce idrogeno verde sulle Alpi italiane. Non è un paradosso, ma il primo passo di una strategia. Lo scorso 9 giugno, CVA ha completato l’installazione del nuovo aerogeneratore EWT DIRECTWIND 54X-HH59 da 1 MW presso il parco eolico di Saint-Denis, in Valle d’Aosta. L’energia che produrrà — mediamente circa 1.700 MWh all’anno — non finirà nella rete elettrica: alimenterà un elettrolizzatore per idrogeno verde.

La turbina che viene dal Polo Sud

Il modello installato a Saint-Denis non è un prodotto qualsiasi. EWT ha firmato un contratto con Antarctica New Zealand per la fornitura e installazione di 3 turbine DW54X-1MW a Ross Island, in Antartide: stesse macchine, stessa taglia da 1 MW, destinate a operare a quaranta metri di altezza mozzo in uno degli ambienti più ostili del pianeta, dove il vento può superare i 300 km/h e le temperature scendono sotto i -50 °C. È lo stesso modello che da qualche settimana svetta nel parco eolico valdostano, certificato già da luglio 2024.

La scelta di CVA ha quindi un sottotesto tecnico chiaro: se una turbina è progettata per reggere le bufere antartiche senza manutenzione frequente, sulle Alpi italiane può garantire una costanza di esercizio che le macchine standard non sempre assicurano. Non è una questione di potenza nominale — 1 MW è una taglia modesta, da media taglia — ma di ore equivalenti annue realmente ottenibili su un sito di montagna dove raffiche, ghiaccio e turbolenza mettono a dura prova qualsiasi aerogeneratore. Ma a cosa serve esattamente, questa turbina, a Saint-Denis?

Un salto da 1.700 MWh a idrogeno verde

Ed ecco il vero scopo di quella turbina. Il parco eolico di Saint-Denis era stato commissionato nel 2012 con tre turbine Vestas V52-850kW, per una capacità complessiva di 2,55 MW e una produzione annua di circa 4.000 MWh. Con l’innesto della nuova EWT, la potenza installata sale a 3,55 MW e la produzione attesa balza a circa 6.000 MWh annui. Un incremento netto di 2.000 MWh all’anno, di cui proprio la nuova turbina contribuisce per circa 1.700 MWh.

Il punto è dove vanno a finire quei megawattora. L’energia prodotta dal nuovo aerogeneratore sarà destinata — insieme a un impianto fotovoltaico da 1,17 MW e a un sistema di accumulo elettrochimico da 1.175 MWh in fase di realizzazione presso l’area CREA di Châtillon — ad alimentare l’impianto per la produzione di idrogeno verde del progetto H2WAY2ZERO. Al cuore del progetto c’è un elettrolizzatore da 1 MW alimentato esclusivamente da fonti rinnovabili, con una produzione annua stimata fino a 144 tonnellate di idrogeno rinnovabile. Completamento previsto entro il 2026. In numeri concreti: 144 tonnellate di H2 verde all’anno, prodotte senza un singolo kilowattora da rete elettrica non rinnovabile, grazie all’integrazione diretta eolico-fotovoltaico-accumulo-elettrolizzatore.

Il salto non sta tanto nella capacità produttiva assoluta — 1 MW di elettrolizzatore è pur sempre un impianto pilota su scala industriale contenuta — quanto nell’architettura di sistema: la turbina eolica non vende energia alla rete, ma la cede a un processo elettrochimico accoppiato a un buffer di accumulo. È un banco di prova per capire se e come una configurazione multi-fonte possa garantire la continuità di alimentazione che un elettrolizzatore richiede per operare in modo efficiente, senza degradare le membrane a ogni spegnimento e riaccensione.

500 milioni per 52 valli: la sfida operativa

Dietro il singolo progetto di Saint-Denis c’è un disegno nazionale. In Italia sono oggi 52 le Hydrogen Valley già finanziate con fondi del PNRR, per un investimento complessivo che supera i 500 milioni di euro. Non sono tutte uguali: alcune puntano sull’idrogeno per la mobilità pesante, altre su usi industriali, altre ancora sul riscaldamento. Ma in quasi tutte compare lo stesso problema operativo: come gestire in modo integrato fonti intermittenti come eolico e fotovoltaico, sistemi di accumulo ed elettrolizzatori, mantenendo il processo in condizioni di carico accettabili.

È qui che la scelta tecnica fatta a Saint-Denis assume un valore che va oltre il singolo megawatt installato. Una turbina certificata per l’Antartide non è un capriccio da appassionati di ingegneria: è una scommessa sulla disponibilità. Perché se devi alimentare un elettrolizzatore con il vento, non ti basta la potenza di picco — ti serve che il rotore giri il più possibile, anche quando le condizioni meteo sono al limite. E in una valle alpina, tra raffiche improvvise e formazioni di ghiaccio sulle pale, la differenza tra una macchina generica e una progettata per l’estremo può tradursi in centinaia di ore equivalenti guadagnate ogni anno. Ore che, moltiplicate per 144 tonnellate di idrogeno potenziale, fanno la differenza tra un impianto che produce e uno che arranca.

Per chi gestirà questi impianti — operatori, manutentori, energy manager delle Hydrogen Valley — la vera partita non sarà la potenza installata, ma la costanza di fornitura all’elettrolizzatore. Ecco perché una turbina «antartica» non è una stravaganza: è una garanzia di uptime su cui costruire il business plan dell’idrogeno verde. Gli oltre 500 milioni del PNRR non basteranno se le macchine si fermano ogni volta che il vento tira troppo forte, o troppo poco.