Il governo ha dirottato 800 milioni dal fondo per l’idrogeno, azzerando la copertura finanziaria del preridotto

Per oltre mezzo secolo l’acciaieria Ilva ha riversato su Taranto una miscela letale di diossine cancerogene e particelle minerali. Poi, nel 2024, la speranza: il progetto DRI a idrogeno prometteva acciaio senza ciminiere. Oggi, a metà luglio 2026, quella promessa è ufficialmente morta. L’articolo 3 del decreto-legge Infrastrutture ha spostato circa 800 milioni di euro dal fondo del ministero dell’Ambiente destinato alla produzione di idrogeno, recidendo l’ultimo legame finanziario con la riconversione dello stabilimento pugliese.

La promessa dell’acciaio senza ciminiere

Il ciclo siderurgico integrato che ha avvelenato Taranto parte dal carbone: lo si cuoce in cokeria per ottenere coke, lo si insuffla nell’altoforno insieme al minerale di ferro, e si ottiene ghisa fusa a oltre 1.400 gradi, liberando nell’atmosfera polveri sottili, ossidi di zolfo, benzene e diossine. Un impianto DRI a idrogeno funziona in modo radicalmente diverso: il minerale di ferro, in forma di pellet, viene riscaldato in un forno a tino verticale dove incontra idrogeno gassoso, che strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro producendo spugna di ferro — il preridotto — e vapore acqueo come unico sottoprodotto. Niente coke, niente cokerie, niente fumi carichi di IPA e metalli pesanti. Questa spugna viene poi fusa in un forno elettrico ad arco: se l’elettricità proviene da fonti rinnovabili, l’intero ciclo diventa quasi carbon-neutral.

Era esattamente questa l’architettura immaginata per Taranto: un preridotto DRI alimentato inizialmente a gas naturale e poi convertito progressivamente a idrogeno verde, con la missione affidata a DRI d’Italia, società partecipata da Invitalia.
Ma cosa è successo a quel progetto?

La retromarcia politica

La risposta è in una serie di atti amministrativi che, letti in sequenza, raccontano un disimpegno calcolato. Il primo segnale arriva a giugno 2025, quando il governo italiano ha rimosso l’idrogeno dalla missione di DRI d’Italia: la società che avrebbe dovuto costruire l’impianto di preridotto si ritrova con un mandato svuotato della sua componente tecnologica più qualificante. Pochi giorni dopo, il 12 giugno 2025, il decreto-legge sulle infrastrutture strategiche viene pubblicato senza alcun riferimento all’utilizzo dell’idrogeno nello stabilimento ex Ilva. Un silenzio che pesa, perché in un provvedimento pensato per delineare gli assetti industriali del gruppo siderurgico, l’omissione della tecnologia DRI a idrogeno è già una dichiarazione di intenti.

Il colpo finale arriva con il DL Infrastrutture del 2026: secondo il dossier parlamentare citato da Staffetta, l’articolo 3 sposta circa 800 milioni di euro dal fondo del ministero dell’Ambiente dedicato alla produzione di idrogeno. Risorse che il Piano nazionale di ripresa e resilienza aveva inizialmente vincolato alla decarbonizzazione dell’ex Ilva, e che ora vengono dirottate altrove, senza che sia stata indicata una destinazione alternativa per la riconversione del sito. Non si tratta di un incidente di percorso o di un vincolo tecnico sopravvenuto: è una scelta di bilancio che azzera la copertura finanziaria del preridotto a idrogeno, lasciando Taranto senza un piano industriale per uscire dal ciclo a carbone.

Il paradosso è che il governo rimuove il finanziamento per l’unica tecnologia in grado di abbattere alla radice le emissioni del ciclo integrato, mentre continua a gestire uno stabilimento che, dal sequestro del 2012 in poi, è sopravvissuto tra amministrazioni straordinarie, scudi penali e conflitti con la magistratura. Senza il DRI a idrogeno, l’alternativa è mantenere gli altoforni in marcia, con tutto ciò che comporta in termini di emissioni e di esposizione della popolazione.

Il conto in diossine e ritardi

A pagare non saranno solo i bilanci industriali. I medici hanno certificato che l’inquinamento dell’Ilva ha causato un aumento dei tumori nella città di Taranto, e ogni anno di ritardo nella transizione tecnologica si traduce in un’ulteriore esposizione a diossine, IPA e particolato ultrafine per i circa 200mila residenti. La sentenza del 2021 che ha condannato i fratelli Riva per disastro ambientale ha ricostruito una storia di omissioni e sottovalutazioni durata decenni, e oggi la cancellazione dei fondi per l’idrogeno rischia di prolungare quella storia sotto una diversa gestione.

E mentre l’Italia rinuncia, il resto dell’Europa arranca. Le principali aziende siderurgiche del continente stanno posticipando i loro piani di trasformazione verde, frenate dall’incertezza del mercato e dalle lacune del quadro normativo europeo. Già nel settembre 2024 Salzgitter aveva annunciato il rinvio di tre anni delle fasi successive del progetto Salcos, il suo grande piano per ridurre le emissioni di CO₂ nella produzione di acciaio usando idrogeno. Un congelamento che non dipende da limiti tecnologici — la riduzione diretta a idrogeno è un processo noto e collaudato su scala pilota — ma dalla mancanza di certezze sui meccanismi di protezione del mercato, sui costi dell’idrogeno verde e sugli incentivi alla domanda di acciaio decarbonizzato. In questo scenario, la rinuncia italiana al preridotto di Taranto non è un caso isolato ma il sintomo di un arretramento più ampio, in cui la scommessa sull’acciaio pulito viene rimandata sine die.

La cancellazione dei fondi per l’idrogeno all’ex Ilva non è una sconfitta tecnologica: è la scelta di non scommettere sulla salute di Taranto. Mentre l’Europa rallenta la sua corsa all’acciaio pulito, l’Italia si arrende prima ancora di partire.