La nuova programmazione energetica francese punta al rinnovo degli impianti esistenti
Venerdì 10 luglio, l’ultima gara eolica onshore francese si è chiusa con un verdetto che ha pochi precedenti: tutti i 259 MW in palio sono andati a Engie. Bella notizia per il colosso energetico controllato dallo Stato, molto meno per chi crede che le aste pubbliche servano a stimolare la concorrenza. In un settore che dovrebbe essere affollato di operatori, un solo vincitore. Non un’asta, piuttosto un’incoronazione.
Ma dietro questa vittoria totale c’è una regia silenziosa che da mesi sta ridisegnando il panorama eolico transalpino. A scrivere il copione è stata la programmazione energetica nazionale, con una scelta precisa: spingere il repowering degli impianti esistenti.
La regia silenziosa del repowering
Ad aprile 2026, il governo francese ha aggiornato la programmazione pluriennale dell’energia (PPE3). Per l’eolico onshore, il documento è chiaro: la priorità non è espandersi in nuovi siti, ma sostituire le turbine esistenti con macchine più moderne e potenti. Repowering, appunto. Una scelta che ha una sua logica industriale – i terreni migliori sono già occupati, le comunità locali accettano più facilmente torri che già conoscono – ma che al tempo stesso restringe la platea dei potenziali vincitori: chi non ha già pale da sostituire, parte con il freno a mano tirato. In pratica, la PPE3 ha dichiarato che il futuro dell’eolico onshore è nel rinnovare ciò che esiste, non nell’aprire nuovi cantieri. E i risultati delle gare stanno dimostrando che quella scelta si traduce in una concentrazione di mercato senza precedenti.
Engie, con i suoi numerosi impianti distribuiti sul territorio, parte già con un vantaggio. E nel 2024 lo aveva ulteriormente rafforzato: con l’acquisto di Ostwind France da Ørsted, ha messo le mani su un portafoglio di pale mature, tutte candidate ideali al repowering. I numeri delle aste raccontano la stessa storia. La testata specializzata che ha seguito il lancio delle gare segnala che nell’undicesima tornata più della metà dei progetti premiati coinvolgeva proprio interventi di repowering. Non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di una regia che premia i grandi operatori già insediati.
Per avere un termine di paragone, si può tornare al 2021: allora il settimo bando (AO7) aveva distribuito 519,7 MW tra quindici progetti, a un prezzo medio di 59,5 €/MWh. Oggi la torta è più piccola e il coltello è saldamente in mano a chi ha già costruito. La differenza non sta solo nei megawatt, ma nel numero di soggetti coinvolti. Dal 2021 a oggi, la competizione si è andata assottigliando, fino al paradosso di un’asta con un unico vincitore.
Se il gioco è pensato per chi è già dentro, cosa succede agli altri concorrenti?
La risposta arriva dalle mosse degli ultimi due anni.
Chi vince e chi lascia: il mercato si concentra
L’acquisizione di Ostwind da parte di Engie non ha solo rafforzato il colosso francese: ha segnato l’addio di Ørsted al mercato transalpino. Il gruppo danese, con quella cessione, ha chiuso la porta alle rinnovabili in Francia. Un concorrente globale in meno.
E non è solo Ørsted a fare spazio. Nella decima tornata della gara eolica, RWE – altro gigante europeo – ha racimolato appena 21,6 MW, meno di un decimo di quanto Engie si è portata a casa tutta intera nell’ultimo round. Briciole. Il mercato si restringe, i vincitori sono sempre gli stessi e chi non ha una flotta da ripotenziare fatica anche solo a partecipare. Viene da chiedersi se questa concentrazione serva davvero gli obiettivi climatici o soltanto i bilanci delle grandi utility.
Mentre Engie consolida la sua posizione, resta aperto l’interrogativo: la transizione energetica francese sarà un affare per pochi o un’opportunità per molti?




