L’incidente nel porto di Esbjerg mette in luce le fragilità operative della filiera eolica offshore
Quando la consapevolezza si arena
Lo scorso 11 giugno, nel porto di Esbjerg, la nave per l’installazione di turbine eoliche Brave Tern è stata trattenuta dalle autorità marittime danesi dopo una collisione con un’altra nave. Un incidente che, a prima vista, potrebbe sembrare un banale tamponamento tra giganti del mare. Peccato che nell’urto siano stati danneggiati componenti destinati al parco eolico offshore Thor, uno dei progetti simbolo della transizione energetica nel Nord Europa. A distanza di un mese, la società madre di Windcarrier ha fornito una spiegazione che suona come un paradosso perfetto per un’industria che si riempie la bocca di intelligenza artificiale e automazione: una semplice “mancanza di consapevolezza”, stando a quanto riportato nei giorni scorsi, è stata la causa scatenante. Non un guasto tecnico, non una tempesta improvvisa. Un errore umano, di quelli che non dovrebbero accadere quando manovri mezzi che valgono centinaia di milioni e trasporti pale lunghe quanto un grattacielo.
L’ironia è tagliente. Il settore dell’eolico offshore corre per installare turbine sempre più potenti — si parla ormai di mostri da 15 MW e oltre — ma inciampa su un dettaglio operativo che sa di vecchia scuola: la distrazione di un equipaggio. La Brave Tern, una nave di installazione di proprietà di Windcarrier, è rimasta ferma, le pale del progetto Thor danneggiate, i tempi di consegna a rischio. E mentre i comunicati ufficiali cercavano di minimizzare, l’episodio ha messo a nudo le crepe di una supply chain che viaggia a velocità insostenibile, dove la pressione sui tempi e sui costi può trasformare ogni manovra portuale in un potenziale disastro. Ma questo episodio è solo la superficie di un settore che corre a perdifiato verso l’espansione delle rinnovabili, senza forse aver ancora messo a punto tutti i fondamentali.
Il colosso coreano che vuole fare da sé
Mentre in Europa si subiscono i contraccolpi degli incidenti, a oltre 8.000 chilometri di distanza la Corea del Sud ha deciso di giocare una partita completamente diversa, e lo ha fatto con una mossa da manuale di geopolitica industriale. Lo scorso febbraio, Hanwha Ocean ha annunciato la firma di un contratto da 768,7 miliardi di won — circa 520 milioni di dollari — con la sua controllata Ocean Wind Power 1 per la costruzione di una grande nave per l’installazione di turbine eoliche (WTIV). La consegna è prevista per la prima metà del 2028. La cifra, di per sé, è imponente. Ma è il dettaglio tecnico a fare la differenza: la nuova nave sarà la prima in Corea del Sud in grado di installare turbine eoliche offshore da 15 MW, quelle stesse macchine che in Europa faticano a trovare navi all’altezza.
Non si tratta solo di una questione di capacità. Come ha dichiarato Hanwha Ocean, l’obiettivo è creare un precedente per la costruzione di infrastrutture eoliche offshore utilizzando navi prodotte internamente e catene di approvvigionamento locali, riducendo così la dipendenza dai cantieri navali esteri. È un messaggio chiaro: la Corea del Sud non vuole più essere un cliente dei grandi player europei o cinesi, ma un concorrente a tutti gli effetti. E per farlo, ha scelto la strada più complessa: quella dell’integrazione verticale. Hanwha Ocean sarà responsabile non solo della costruzione della nave, ma anche della sua operatività, in un progetto EPCIO (Engineering, Procurement, Construction, Installation, and Operation) che non lascia spazio a intermediari. La nave, basata sul design NG-16000X di GustoMSC — azienda olandese parte del gruppo NOV — sarà utilizzata per installare turbine da 15 MW nel Mar Occidentale della Corea, un’area che Seul considera strategica per la propria transizione energetica. La cerimonia del taglio dell’acciaio, svoltasi nei giorni scorsi, ha sancito l’avvio ufficiale della costruzione.
Dietro l’operazione si intravede una strategia di lungo respiro. La Corea del Sud, quinta economia manifatturiera al mondo, non ha mai nascosto l’ambizione di diventare un hub per le tecnologie pulite. Ma finora, nel settore eolico offshore, era rimasta ai margini, schiacciata tra la potenza industriale cinese e il know-how europeo. Con questa nave, Seul prova a ritagliarsi uno spazio: non solo per soddisfare la domanda interna — che pure è in crescita — ma per proporsi come fornitore di servizi per l’intera regione asiatica. Una scommessa che si gioca su un tavolo globale già affollato, e che richiederà non solo capitali, ma anche una capacità operativa che l’incidente di Esbjerg dimostra essere tutt’altro che scontata.
La flotta di Cadeler e la corsa all’oro eolico
A fronte dell’ambizione coreana, il mercato è tutt’altro che vuoto. Cadeler, uno dei leader mondiali nelle navi per l’installazione di turbine, ha già completato l’espansione della flotta di Cadeler, passando in soli dodici mesi da cinque a dieci unità. E non intende fermarsi: entro la metà del 2027, la società danese prevede di operare una flotta di 12 navi, la più grande e versatile del settore eolico offshore. Numeri che raccontano di una corsa all’oro senza precedenti, alimentata dagli obiettivi climatici sempre più stringenti e dai sussidi pubblici che inondano il settore.
Ma proprio l’incidente della Brave Tern — nave che fa parte di una flotta concorrente, quella di Windcarrier — ricorda quanto questa espansione sia fragile. La stessa Cadeler, del resto, ha dovuto gestire le complessità di un’integrazione operativa dopo la fusione con Eneti, che ha portato in dote proprio alcune delle navi coinvolte in questi incidenti. Il punto è che costruire navi è solo metà dell’opera: farle operare in sicurezza, con equipaggi addestrati e procedure a prova di errore, è la vera sfida. E mentre le navi si moltiplicano, cresce la domanda: basterà l’offerta o si andrà verso un eccesso di capacità che metterà alla prova anche i nuovi entranti? La Corea del Sud, con la sua nave da 520 milioni di dollari, arriverà in un mercato che nel 2028 potrebbe essere già saturo, o almeno molto più competitivo di quanto non lo sia oggi.
La transizione energetica ha bisogno di macchine colossali, ma anche di una nuova consapevolezza operativa. Una “mancanza di consapevolezza” ha fermato una nave, danneggiato componenti e messo in imbarazzo un intero settore. La Corea del Sud, che pure ha il know-how e i capitali per costruire la sua prima vera WTIV, dovrà dimostrare di aver imparato la lezione prima ancora di subirla. Saprà evitare gli errori altrui o ripeterà gli stessi incidenti su scala ancora maggiore? La risposta, probabilmente, non la daranno i cantieri navali, ma la qualità della formazione degli equipaggi e la cultura della sicurezza che si riuscirà a costruire. Perché quando manovri giganti d’acciaio, la consapevolezza è tutto.




