Il fondo da mille miliardi di yen punta a trasformare l’idrogeno in industria strategica nazionale

Lo scorso 10 luglio la Cina ha reso pubblico il nuovo Piano Quinquennale (2026-2030), il documento che indirizza la politica economica e industriale del paese per i prossimi cinque anni. Dentro c’è un passaggio che ha attirato l’attenzione di chi segue la transizione energetica: l’idrogeno verde «giocherà un ruolo chiave» nel percorso che deve portare la Cina a raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030. Il meccanismo immaginato è semplice nella formulazione, enorme per scala: idrogeno rinnovabile, ammoniaca e metanolo vengono indicati come sostituti puliti di carbone e petrolio nei settori dei trasporti e della chimica. Tre vettori che, nelle intenzioni del governo, dovrebbero decarbonizzare pezzi interi dell’economia cinese senza cambiare l’architettura di base di una macchina che brucia ancora carbone a ritmi impressionanti.

La notizia, di per sé, non è la scoperta dell’acqua calda. La Cina sull’idrogeno ha iniziato a ragionare molto prima che diventasse un tema da conferenze climatiche. Ma quello che colpisce, questa volta, è la combinazione di due elementi: lo status formale che la tecnologia riceve e l’ammontare delle risorse che vengono promesse.

Una strategia che viene da lontano

La Cina pubblicò il suo primo piano nazionale per lo sviluppo a lungo termine dell’industria dell’idrogeno nel marzo 2022. Non era la partenza, ma un punto di arrivo: già a inizio secolo, durante il 10° Piano Quinquennale (2001-2005), Pechino aveva cominciato a studiare i combustibili a idrogeno come leva di politica industriale. All’epoca la motivazione non era tanto la CO₂, quanto due problemi molto concreti e molto cinesi: la crescente dipendenza dalle importazioni di petrolio — percepita come una vulnerabilità strategica data la rapidissima motorizzazione del paese — e l’inquinamento atmosferico urbano, diventato insostenibile nelle grandi città.

In questi venticinque anni l’elenco delle ragioni si è allungato e la retorica si è aggiornata: oggi l’idrogeno verde serve per gli obiettivi climatici, per la leadership tecnologica, per contendere agli Stati Uniti e all’Europa la nascente filiera dell’energia pulita. Ma la struttura di fondo del ragionamento non è cambiata: l’idrogeno resta uno strumento per ridurre la dipendenza energetica e spostare il mix industriale verso settori a più alto valore aggiunto, possibilmente controllati da aziende cinesi. Il Piano appena pubblicato non abbandona questa impostazione, la porta semplicemente al livello successivo.

Da promessa a industria strategica: il salto del 15° Piano

Il passaggio nuovo, e non scontato, è che nel 15° Piano Quinquennale (2026-2030) l’idrogeno verde è stato elevato al rango di industria strategica, una designazione che nel lessico della pianificazione cinese non è ornamentale: significa accesso privilegiato a fondi pubblici, priorità nelle catene di approvvigionamento, coordinamento centrale e, non ultimo, la possibilità di aggirare alcuni vincoli amministrativi locali che spesso frenano i grandi progetti.

Dietro l’etichetta c’è un assegno. La novità più rumorosa è un fondo nazionale di venture capital da mille miliardi di yen (circa 140 miliardi di dollari al cambio attuale), che il governo utilizzerà per spingere ricerca, produzione e infrastrutture. Lo ha evidenziato anche il Tesoro americano in una nota di qualche mese fa, descrivendo la politica industriale cinese come «state-directed industrial policy with a ¥1 trillion venture fund». L’osservazione di Washington non è neutra: negli Stati Uniti il sostegno all’idrogeno pulito passa attraverso meccanismi come il credito d’imposta 45V, che premia la produzione in base all’intensità carbonica misurata. Pechino, invece, mette direttamente i soldi sul tavolo e indirizza le aziende.

Annuncio, atto vincolante, realizzazione

Fin qui la carta. Il punto, quando si ha a che fare con i piani quinquennali cinesi, è sempre lo stesso: distinguere tra l’annuncio politico, l’atto vincolante e la realizzazione concreta. Il piano appena pubblicato è un documento di indirizzo, non una legge. Molti target del 14° Piano (2021-2025) sono stati raggiunti, altri sono stati rivisti al ribasso o semplicemente dimenticati. La stessa Cina, che oggi è il primo produttore mondiale di idrogeno, produce ancora la stragrande maggioranza di quell’idrogeno da gas naturale e carbone: idrogeno grigio, non verde. Riconvertire quella capacità, e costruire l’enorme parco di elettrolizzatori necessario per produrre idrogeno da fonti rinnovabili, richiede investimenti che vanno ben oltre il singolo fondo di venture capital.

L’idrogeno verde è una promessa vecchia di decenni, ora accompagnata da un assegno più grosso. La domanda da porsi non è se la Cina abbia la volontà politica di puntarci — lo ha ribadito in ogni documento dal 2001 a oggi — ma se abbia la capacità e la pazienza di trasformare un’intenzione strategica in una filiera che funzioni a costi competitivi, con elettrolizzatori prodotti su scala, reti di distribuzione efficienti e, soprattutto, una generazione rinnovabile sufficiente a non vanificare il beneficio climatico. Perché se per produrre idrogeno verde si continua a bruciare carbone, il documento del 10 luglio resterà un ottimo esercizio di scrittura pianificatoria.