Lo studio mostra che un getto d’acqua ad alta pressione separa i materiali senza acidi

Oggi il pannello solare sul tetto produce energia pulita. Domani, a fine vita, rischia di diventare un rifiuto ingombrante. Ma se invece valesse più di quanto pensi? Ieri, uno studio pubblicato su Science ha mostrato che separare i materiali con getti d’acqua ad alta pressione restituisce argento purissimo e buoni recuperi di vetro e rame. Restano nodi sul silicio e sui polimeri, ma il segnale è chiaro: il fotovoltaico dismesso può trasformarsi da costo a risorsa.

La montagna silenziosa di pannelli esausti

Guardiamo al 2050: secondo le proiezioni di Cordis, il riciclo su larga scala dei moduli fotovoltaici potrebbe restituire 220.000 tonnellate di silicio, 5.200 tonnellate di argento, 62.000 tonnellate di rame e addirittura 4,7 milioni di tonnellate di vetro. Non parliamo di numeri astratti: queste quantità coprirebbero una fetta importante della domanda di materie prime per i nuovi pannelli, riducendo la necessità di estrarne di vergini. E il risparmio in emissioni? Circa 421 milioni di tonnellate di CO2 evitate: più di quanto l’Italia emette in un decennio per la sola produzione di elettricità.

Il problema è che oggi, quando un pannello arriva a fine vita dopo 25-30 anni, solo una parte viene trattata seriamente. Spesso si sceglie la strada più semplice – discarica o incenerimento – perché i processi di riciclo esistenti sono costosi, usano prodotti chimici aggressivi e non recuperano tutto. La ricerca pubblicata ieri su Science prova a cambiare rotta: un getto d’acqua ad alta pressione potrebbe fare il grosso del lavoro senza acidi né forni, separando strati di vetro, silicio e metalli con un’efficienza sorprendente. Ma basterà? Come evitare che questa montagna di rifiuti seppellisca i benefici del fotovoltaico? Forse la risposta è già nelle tubature di una pompa ad alta pressione.

Acqua e pressione: la ricetta contro i solventi chimici

Oggi esistono già impianti che recuperano silicio e metalli: SPR, con un processo puramente meccanico, riesce a recuperare il 98% in peso del silicio in ingresso; 9-Tech, con un mix di trattamenti meccanici, termici e chimici, arriva al 95% (lo documentava pv-magazine USA già lo scorso maggio). Rispetto a questi traguardi commerciali o pre-commerciali, il metodo ad acqua – ancora in fase pilota – si presenta con un profilo molto diverso: elimina quasi completamente i solventi e riduce la temperatura, abbattendo l’impronta ambientale del riciclo stesso.

Il sistema testato nasce all’interno del progetto europeo QUASAR (Horizon Europe), che punta a riciclare il 70-90% di silicio, metalli, vetro e polimeri. Il getto d’acqua, spruzzato ad alta pressione sulla superficie, stacca il vetro frontale e permette di raccogliere separatamente i contatti metallici. I risultati sono parziali ma incoraggianti: l’argento, il metallo più prezioso dei moduli, viene recuperato con una purezza del 97%, secondo quanto riportato da pv-magazine all’inizio di questa settimana. Anche il rame e il vetro si separano bene.

Il silicio, purtroppo, è la nota dolente. La stessa ricerca ha misurato impurità residue non trascurabili: 22,33 milligrammi di fosforo per kg, 13,33 mg/kg di argento, 10,67 mg/kg di stagno e 4,83 mg/kg di calcio. In pratica, con il solo getto d’acqua il silicio non è abbastanza puro per essere rifuso direttamente in nuove celle solari: servirà un ulteriore passaggio di purificazione, e i costi salgono. Anche i polimeri, come l’EVA che incapsula le celle, non vengono sciolti dalla pressione: qui bisognerà intervenire con processi chimici o termici separati.

È questo il vero punto di confronto: SPR, senza chimica, tira fuori quasi tutto il silicio pulito, mentre il metodo a getto d’acqua eccelle sull’argento ma inciampa sul silicio. La strada verso un riciclo sostenibile è ancora lunga. Quali garanzie abbiamo sulla qualità del materiale recuperato? Per dare fiducia ai produttori di pannelli, serviranno standard di purezza certificati e impianti dimostrativi su scala industriale – proprio ciò a cui QUASAR sta lavorando nei prossimi anni.

Dalla bolletta alla materia prima: cosa ci aspetta

Nonostante le sfide tecniche, i vantaggi economici e ambientali sono già misurabili. Quei 4,7 milioni di tonnellate di vetro che potremmo recuperare entro il 2050 coprirebbero una quota rilevante del fabbisogno annuo di nuovi moduli, evitando di estrarre sabbie silicee e riducendo i consumi energetici delle vetrerie. Il rame e l’argento, materie critiche per l’elettrificazione, potrebbero tornare direttamente in fabbrica, senza dipendere dalle oscillazioni dei mercati globali. Per un cittadino, questo significa due cose concrete: meno discariche nei dintorni e, se il riciclo scala, prezzi dei pannelli più stabili nel tempo.

Veniamo alla bolletta dello smaltimento. Oggi, mandare a riciclo un pannello da 60 celle costa tra i 5 e i 15 euro, una voce che ricade sui consorzi e, indirettamente, sui produttori. Un processo basato solo su acqua ed energia meccanica, senza agenti chimici pericolosi, potrebbe ridurre quei costi di gestione, liberando risorse che potrebbero tradursi in incentivi migliori o prezzi d’acquisto più bassi. E, sul piano geopolitico, l’Europa che recupera argento e silicio dai propri rifiuti frena la dipendenza da fornitori lontani: una partita da decine di miliardi di euro, già al centro del Critical Raw Materials Act.

Il cerchio si chiude: ciò che oggi alimenta la tua casa, domani tornerà in forma di nuovi pannelli,
senza scavare nuove miniere.

La transizione ecologica non è solo pannelli nuovi, ma anche quelli vecchi. La prossima volta che alzi lo sguardo, non vedrai rifiuti, ma una miniera urbana pronta a ripartire.