L’ex area della raffineria Sarom ospita ora 34 ettari di pannelli solari per il cold ironing delle navi

C’era una raffineria, con il suo carico di fumi e petrolio. Oggi, nello stesso luogo, 34 ettari di pannelli solari producono elettricità per un intero porto. Non è un progetto futuribile: succede a Ravenna, dove l’impianto fotovoltaico da 37 MW nel porto di Ravenna è stato completato nei giorni scorsi, proprio sull’area che un tempo ospitava la raffineria Sarom.

Dietro questa trasformazione c’è un cronoprogramma rispettato fino all’ultimo giorno utile — lo scorso 30 giugno — e un investimento che intreccia fondi pubblici e capitale privato. Ma la domanda più interessante non è tanto “come” quanto “per chi”: quell’energia pulita non finisce dispersa nella rete, ma serve a qualcosa di molto concreto per chi vive e lavora nello scalo romagnolo.

37 MW, 28 milioni e un cronoprogramma rispettato

Partiamo dai numeri. L’investimento totale per il progetto è di 28 milioni di euro, con opere dal valore di 24 milioni. Dei 28 milioni complessivi, 7,6 milioni arrivano da un contributo pubblico — quota parte del finanziamento PNRR ricevuto dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica — mentre la parte restante è stata coperta da Renco, la società che ha sviluppato il progetto e si è aggiudicata la gara in formula di partenariato pubblico-privato già a dicembre 2025.

La scadenza vera, quella che teneva tutti con il fiato sospeso, era fissata al 30 giugno 2026: il PNRR prevede che il mancato rispetto delle milestone comporti la revoca del finanziamento. L’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico ha comunicato il completamento dei lavori proprio entro quella data. In altre parole: il fotovoltaico del porto di Ravenna è uno di quei progetti che non hanno sforato i tempi e non hanno restituito un euro a Bruxelles.

La potenza installata — 37 MW su 34 ettari — non è un dettaglio da addetti ai lavori. Per dare un ordine di grandezza, un impianto di queste dimensioni può produrre in un anno l’equivalente del consumo elettrico di circa 15-20 mila famiglie. Ma qui la corrente non va alle case: resta in ambito portuale, e il suo primo cliente è una filiera molto specifica, quella delle navi da crociera e dei traghetti.

Navi alla spina: il porto che si spegne

È qui che il progetto smette di essere un’opera di ingegneria e comincia a toccare la vita concreta di chi abita vicino al porto. Insieme ai pannelli, è stata completata anche la fase 1 del sistema di cold ironing alla banchina del Terminal Passeggeri, con l’infrastruttura di rete che collegherà l’energia prodotta dal parco fotovoltaico direttamente al Terminal Crociere di Porto Corsini.

Tradotto dal gergo tecnico: le navi, quando attraccano, possono spegnere i motori ausiliari — quelli che tengono accese luci, aria condizionata, frigoriferi e sistemi di bordo — e attaccarsi a una presa a terra. La corrente arriva dai pannelli solari costruiti dove un tempo si raffinava petrolio. Niente più gasolio bruciato in banchina, niente più fumo denso che nelle giornate di vento sfavorevole avvolgeva i quartieri vicini allo scalo.

Il vantaggio non è solo ambientale, ma anche economico e acustico. Per una compagnia di navigazione, consumare elettricità di rete — soprattutto se prodotta in loco a costi contenuti — può costare meno che tenere accesi i generatori di bordo a gasolio per ore o giorni. Per chi abita a Porto Corsini o nelle zone limitrofe, il beneficio si misura in decibel e in qualità dell’aria: un motore navale spento non emette né rumore né ossidi di azoto.

Attualmente la fase 1 riguarda il Terminal Passeggeri e il collegamento con il Terminal Crociere, ma la logica del progetto è modulare: completata questa prima tratta, nulla impedisce di estendere il cold ironing ad altre banchine nei prossimi anni, moltiplicando i benefici man mano che la produzione fotovoltaica lo consente.

A Ravenna la transizione energetica non è uno slogan da convegni: è un impianto da 28 milioni costruito su una ex raffineria, rispettando le scadenze del PNRR, e che già da questa estate comincia a fornire elettricità pulita alle navi in sosta. Per le imprese portuali significa costi operativi potenzialmente più bassi e un argomento in più da spendere con armatori sempre più attenti ai bilanci di sostenibilità. Per i cittadini significa meno fumi, meno rumore e la prova che un pezzo di territorio può cambiare destinazione senza perdere valore. Una rotta che altri porti italiani — alle prese con scadenze simili e fondi europei da non restituire — farebbero bene a seguire.