Il 60% dei fornitori diretti del parco EFGL sono piccole e medie imprese francesi

Quando il parco eolico galleggiante EFGL ha iniziato a produrre a piena potenza al largo della costa dell’Occitania, il dato che ha fatto più rumore non è stato quello sulla capacità installata — 30 megawatt — ma quello sulla taglia del prossimo progetto già in cantiere: EFLO sarà quasi otto volte più grande, 250 megawatt di potenza su scala commerciale. Un salto dimensionale che racconta l’accelerazione di un settore, certo. Ma che da solo non basterebbe a spiegare perché questa storia meriti attenzione. La domanda vera è un’altra: chi sta costruendo i giganti del mare che nei prossimi anni popoleranno il Mediterraneo?

Per rispondere bisogna guardare dentro EFGL, il secondo parco eolico galleggiante operativo di Ocean Winds nel mondo e il primo in Francia. E bisogna farlo con lo sguardo di chi sa che la potenza installata è solo una metrica, e spesso nemmeno la più interessante.

Il numero che cambia la prospettiva

Lo scorso maggio, quando le sei turbine da 5 megawatt ciascuna hanno cominciato a immettere elettricità nella rete francese, il progetto EFGL ha portato con sé una cifra che merita di essere guardata da vicino: il 60% dei fornitori diretti sono piccole e medie imprese. Aziende che nella classificazione europea rientrano nella definizione di PMI, spesso a capitale familiare, quasi sempre radicate in un territorio specifico. Non subfornitori di secondo livello: fornitori diretti, quelli che compaiono nei contratti principali del progetto.

È un numero che sposta il baricentro del discorso. Perché nell’eolico offshore, e in particolare nella nicchia ancora giovane del galleggiante, si tende a guardare prima di tutto la taglia delle turbine, la profondità dei fondali, la distanza dalla costa. Dati ingegneristici. Invece la composizione della filiera dice qualcosa di diverso: dice dove resta il valore generato da un investimento che mobilita centinaia di milioni di euro, chi ci lavora, quali competenze si consolidano sul territorio. EFGL dovrebbe produrre circa 110.000 megawattora all’anno di energia pulita, sufficienti ad alimentare circa 50.000 abitanti per vent’anni. Ma il dato sulla produzione energetica è una conseguenza; quello sulla supply chain è una scelta industriale.

Il parco si inserisce in una traiettoria che Ocean Winds — joint venture tra EDP Renewables ed Engie — ha inaugurato nel 2020 con WindFloat Atlantic, il primo impianto eolico galleggiante semi-sommergibile al mondo, 25 megawatt al largo del Portogallo. Entrambi i progetti usano la tecnologia WindFloat di Principle Power. Ma la differenza non sta nella piattaforma galleggiante: sta in ciò che è successo attorno a quella piattaforma quando il cantiere si è spostato in Francia.

La mappa del potere industriale

Basta scorrere la composizione della filiera di EFGL per accorgersi che la taglia dell’impianto non è tutto. I numeri della supply chain raccontano un’altra storia rispetto a quella che si legge sui megawatt. Secondo i dati resi noti dal progetto, circa l’85% dei fornitori diretti mobilitati sono aziende francesi o aziende con sede in Francia. Di queste, sei su dieci sono PMI. Significa che su cento contratti di fornitura diretta, sessanta sono andati a realtà che non hanno la scala di un grande gruppo industriale, ma che stanno costruendo competenze specifiche in un settore che in Francia — e in particolare nel bacino mediterraneo — è ancora agli inizi.

Il progetto EFGL è una partnership tra Ocean Winds e Banque des Territoires, un attore che per mandato ha proprio l’obiettivo di ancorare gli investimenti al tessuto economico locale. Non è una presenza neutrale: quando una banca pubblica con vocazione territoriale entra in un progetto industriale di questa portata, lo fa anche per orientare la catena di fornitura, per garantire che una parte significativa della spesa resti nel perimetro nazionale, per creare le condizioni affinché le imprese locali possano competere nei bandi successivi. È un meccanismo che va oltre il singolo parco eolico: è la costruzione di una base industriale.

E qui sta il punto che distingue EFGL da molti progetti pilota che l’hanno preceduto. Non si è trattato solo di installare turbine su piattaforme galleggianti in acque profonde. Si è trattato di farlo attivando un ecosistema di aziende che ora hanno referenze, certificazioni, contratti firmati. Quando arriverà il prossimo bando, queste PMI potranno dire di aver già lavorato su un parco operativo. Non è un dettaglio: nell’eolico offshore, la storia contrattuale è una barriera all’ingresso altissima. Chi l’ha superata una volta ha un vantaggio competitivo che vale più di qualsiasi incentivo.

Occitanie, la regione che ospita il progetto, è diventata così un laboratorio. Non nel senso generico del termine, ma nel senso concreto di un luogo dove si sta radicando una filiera che altrove — in Scozia con Kincardine, in Portogallo con WindFloat Atlantic — aveva prodotto ricadute industriali più limitate sul territorio nazionale. La differenza la fa la densità di PMI coinvolte, non la potenza installata.

EFLO e il futuro del Mediterraneo

EFLO è otto volte EFGL per potenza, ma non è solo una questione di scala: è il moltiplicatore di un modello industriale che ha già mostrato di funzionare. Il nuovo parco da 250 megawatt sarà il banco di prova per capire se la Francia può candidarsi a guidare la partita dell’eolico galleggiante nel Mediterraneo, un bacino dove le acque profonde rendono impraticabili le fondazioni fisse e dove la tecnologia galleggiante è l’unica opzione percorribile.

La domanda che resta aperta — e che i prossimi mesi contribuiranno a chiarire — è se la quota di PMI locali registrata su EFGL (quel 60% che colpisce più dei megawatt) potrà essere replicata anche su un progetto di taglia commerciale. I vincoli sono diversi: i contratti sono più grandi, le garanzie finanziarie richieste più onerose, la pressione sui costi più intensa. In un contesto di scala, la tentazione di consolidare la fornitura su pochi grandi player internazionali è forte, e non è detto che le PMI francesi riescano a reggere il passo senza un accompagnamento mirato.

Eppure è proprio qui che si gioca la partita della leadership industriale. Installare turbine in mare è una cosa; costruire un indotto che produca occupazione qualificata, competenze esportabili e gettito fiscale sul territorio è un’altra. La Francia ha davanti l’opportunità di usare EFLO non solo come vetrina tecnologica, ma come leva per portare le sue PMI sulla scena competitiva del Mediterraneo, dove nei prossimi anni si deciderà chi costruirà la prossima ondata di parchi eolici galleggianti. La tecnologia WindFloat ha già dimostrato di funzionare, dal Portogallo del 2020 alla Francia di oggi. Quello che ancora non sappiamo è se il modello industriale costruito attorno a EFGL saprà scalare. La risposta, quando arriverà, non sarà nei megawatt.