Il settore eolico italiano arranca con 12 GW, mentre Germania e Spagna corrono verso il 2030

Nel 2023 l’Italia ha coperto con l’eolico appena il 7% della propria domanda elettrica. La Germania, nello stesso anno, arrivava al 26%, la Spagna al 25%. In potenza installata il divario è altrettanto netto: 12 gigawatt italiani contro 66 tedeschi e 28 spagnoli. Sono i dati di Aware Think Tank a restituire la fotografia più impietosa di un settore che, sulla carta, dovrebbe essere tra i pilastri della transizione. Ieri, intanto, l’Associazione Nazionale Energia del Vento ha scelto di non cambiare rotta.

Italia ferma al palo: 12 GW contro 66 GW tedeschi

I numeri raccontano una storia che non ha bisogno di molte interpretazioni. Dodici gigawatt di potenza installata sono meno della metà di quanto ha fatto la Spagna, poco più di un sesto della Germania. Ma è sulla quota di domanda coperta che il ritardo si vede con maggiore chiarezza: quel 7% italiano significa che nove decimi dell’elettricità consumata arrivano ancora da altre fonti, mentre Berlino e Madrid si avvicinano a un quarto del fabbisogno soddisfatto solo con le pale. La Germania, peraltro, ha fissato un obiettivo di 115 gigawatt al 2030, un traguardo che richiederebbe di quasi raddoppiare la capacità già installata. L’Italia, con i suoi 12 GW, guarda a quella cifra da una distanza siderale.

Il prezzo dei combustibili fossili, ricorda del resto la campagna “Non dipendere, produci” lanciata dall’Anev, continua a frenare la crescita del paese. Ma la consapevolezza del problema non sembra essersi ancora tradotta in una accelerazione reale sull’installazione di nuova capacità. E qui si inserisce la domanda che resta sospesa: con questi numeri, perché l’associazione che rappresenta il settore viene guidata dallo stesso presidente da anni?

Un presidente per tutte le stagioni

La risposta arriva dalla cronaca di ieri: l’assemblea dell’Anev ha riconfermato all’unanimità Simone Togni per il triennio 2026-29. È il quarto mandato consecutivo per Togni, che guida l’associazione da quando l’eolico italiano era in una fase completamente diversa, con numeri molto più piccoli ma con tassi di crescita che facevano sperare in uno sviluppo robusto. La notizia della riconferma non sorprende nessuno: Togni è una figura radicata, capace di mantenere il consenso all’interno dell’associazione. Ma proprio questa continuità, in un momento in cui il settore avrebbe bisogno di uno scatto, solleva qualche interrogativo.

Non si tratta di mettere in discussione le capacità personali, quanto di chiedersi se la stabilità della rappresentanza non rischi di diventare un sintomo dell’immobilità che caratterizza l’intero comparto. In Germania l’eolico corre, in Spagna pure. In Italia si discute, si rinnovano i mandati, si lanciano campagne. Intanto il gap con i partner europei si allarga. La conferma di Togni non è una notizia negativa in sé, ma è il simbolo di un sistema che tende a riprodurre se stesso mentre il contesto cambia rapidamente. Cosa può davvero accadere di diverso nei prossimi tre anni?

Il 2030 è dietro l’angolo

Mentre Berlino programma di arrivare a 115 GW al 2030, Roma arranca con i suoi 12 GW installati e un presidente che comincia l’ennesimo mandato. Le distanze non sono solo tecnologiche o geografiche: sono distanze di ambizione. Il numero da tenere d’occhio, nel breve termine, non sarà tanto la potenza complessiva, quanto la capacità autorizzata nei prossimi dodici mesi. Se il ritmo delle approvazioni non accelera, parlare di obiettivi al 2030 diventa un esercizio teorico. Senza uno scatto, il 7% di domanda coperta rischia di trasformarsi in un dato strutturale, non in un punto di partenza. La sfida per Togni, in questo quarto mandato, è tutta qui: dimostrare che la continuità non è sinonimo di immobilità.