Il rapporto dell’Energy Institute, gratuito e allineato agli standard globali, offre dati verificabili su 70 anni di consumi
Se anche voi, aprendo la bolletta, vi chiedete se il mondo stia davvero passando alle rinnovabili, non siete soli. I numeri appena pubblicati dal Energy Institute nel suo Statistical Review of World Energy danno una risposta che non troverete nei comunicati. Nel 2024 la domanda globale di energia è aumentata del 2%, trainata da tutte le fonti, nessuna esclusa. Non è una buona notizia né una cattiva: è la fotografia di un pianeta che consuma sempre di più, mentre prova – con fatica – a cambiare pelle.
I combustibili fossili restano il motore dominante: coprono l’86% del mix energetico mondiale. Significa che su cento unità di energia consumate l’anno scorso, solo quattordici venivano da fonti che non emettono CO₂. Non è una sorpresa per chi segue il settore, ma è un colpo per chi immaginava che bastassero dieci anni di investimenti in solare ed eolico per ribaltare la classifica. La regione Asia-Pacifico da sola ha generato il 65% della crescita della domanda, e la Cina ha fatto la parte del leone: ha aggiunto più energia rinnovabile di tutto il resto del mondo messo insieme, ma ha anche continuato a bruciare carbone a ritmi che nessun altro paese può eguagliare.
Eppure, guardando i numeri dal 2010 a oggi, qualcosa si muove davvero. L’Energy Institute stima che rinnovabili e nucleare abbiano evitato l’uso di 1.371 exajoule di combustibili fossili in quindici anni. È un numero difficile da visualizzare – equivale a circa vent’anni di consumo energetico dell’intera Unione Europea – ma traduce in cifre concrete quello che molti intuiscono: senza gli impianti costruiti nell’ultimo decennio e mezzo, oggi le emissioni sarebbero molto più alte, non solo in valore assoluto ma anche in rapporto al PIL globale. La transizione esiste, ma è più lenta di quanto raccontino i titoli. E i dati per misurarla sono qui, in un rapporto che esiste da settant’anni.
Una storia di 70 anni (che ora è gratis)
La Statistical Review of World Energy ha cominciato la sua vita nel 1952, quando un dirigente storia BP di nome George Howard Coxon decise di compilare per uso interno i numeri globali del petrolio. Per oltre settant’anni è stata pubblicata da BP, diventando un punto di riferimento silenzioso per governi, università e trader. Poi, nel 2023, è passata di mano: da allora esce come percorso del rapporto Statistical Review dell’Energy Institute, un ente indipendente che ha scelto di renderla completamente gratuita. Chiunque può scaricare i dati, incrociarli con le serie storiche, usarli per una tesi o per un business plan.
Il passaggio non è stato solo cosmetico. Dal 2025 l’Energy Institute ha adottato il metodo Physical Energy Content per calcolare la Total Energy Supply, allineandosi con IEA, EIA, Eurostat e con la stessa BP. Questo significa che i numeri ora parlano la stessa lingua di tutte le principali banche dati globali: si possono confrontare senza dover fare conversioni fai-da-te. Ember, il think tank che monitora le rinnovabili, la considera «la prima banca dati completa per l’anno precedente, la più ampia e banca dati gratuita». KPMG lo definisce «una risorsa affidabile per professionisti dell’energia, decisori politici e ricercatori». Non è un comunicato stampa di parte: è un set di dati che chiunque può verificare.
Cosa guardare prima di investire (o cambiare fornitore)
Senza questi dati, decidere è come navigare al buio. Prendiamo un caso concreto: state valutando se mettere i pannelli sul tetto o se aderire a una Comunità Energetica Rinnovabile. Il vostro vicino vi dice che il solare ormai conviene sempre, ma il rapporto mostra che la generazione rinnovabile cresce dell’8% all’anno, con la Cina che da sola fa più della metà di questa crescita. Questo significa che il prezzo dei pannelli continuerà probabilmente a scendere, ma anche che la congestione sulle reti asiatiche potrebbe influenzare i tempi di consegna e i costi degli inverter. Non è una variabile astratta: è la differenza tra un impianto che si ripaga in cinque anni e uno che ne richiede otto.
Lo stesso vale per chi gestisce una piccola impresa e deve decidere se firmare un contratto di fornitura a prezzo fisso per tre anni. I dati dell’Energy Institute dicono che l’86% del mix globale è ancora fossile: vuol dire che il prezzo dell’elettricità in Italia resta agganciato al gas naturale e, in ultima istanza, alle quotazioni internazionali del petrolio. Se la domanda asiatica continua a crescere, è improbabile che i prezzi scendano molto nei prossimi inverni. Al contrario, sapere che dal 2010 rinnovabili e nucleare hanno evitato quasi 1.400 exajoule di fossili vi dice che, sul lungo periodo, puntare sull’efficienza energetica è una scommessa con buone probabilità di successo: meno consumi, meno esposizione alle oscillazioni dei mercati globali.
Poi c’è il tema degli incentivi. I dati del rapporto non dicono se il prossimo ecobonus sarà rifinanziato, ma vi aiutano a capire se il momento è favorevole. Quando la crescita delle rinnovabili è trainata per oltre la metà da un solo paese, la competizione per le materie prime (silicio, litio, terre rare) si intensifica. Aspettare un anno in più può voler dire pagare i moduli il 15% in meno, oppure il 10% in più se le catene di fornitura si intasano. Senza numeri aggiornati e gratuiti, siete in balia del venditore di turno. Con i numeri, potete fare due conti e decidere da soli.
La prossima volta che sentirete annunci sensazionalistici, saprete dove controllare i fatti. La transizione non è una favola con il lieto fine garantito: è una scelta informata, fatta di piccoli investimenti e di dati verificabili. E ora avete gli strumenti per farla.




