Dieci-dodici Comuni coinvolti nel censimento su 265 aree demaniali disponibili
1,96 gigawatt. È la potenza rinnovabile aggiuntiva che il Friuli Venezia Giulia deve installare entro il 2030 per rispettare il decreto ministeriale del 21 giugno 2024 e il proprio Piano Energetico Regionale. Per centrare l’obiettivo, nei giorni scorsi una comunicazione della Giunta regionale ha acceso i riflettori sulle ex aree militari dismesse: 265 spazi demaniali sparsi in tutto il territorio, 1.095 ettari complessivi — l’equivalente di mille campi da calcio, tribune incluse. Una prima ricognizione, però, ha individuato beni presenti soltanto in dieci Comuni, con la possibilità di arrivare fino a dodici. La domanda, a questo punto, è inevitabile: basteranno?
La comunicazione dà attuazione all’articolo 9 della legge regionale 29 dicembre 2025, n. 18, collegata alla manovra di bilancio. La norma autorizza l’Amministrazione regionale a sottoscrivere accordi di programma con i Comuni che hanno acquisito beni statali dismessi, proprio per sviluppare una rete di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Il quadro di riferimento è il Piano energetico regionale approvato con decreto del Presidente della Regione il 17 dicembre 2024, che traduce in numeri l’impegno preso con Roma: l’incremento di potenza Fer installata deve raggiungere 1,96 GW entro il 2030 rispetto ai valori del 31 dicembre 2020.
La posta in gioco
Il meccanismo è chiaro: la Regione individua i sedimi, i Comuni mettono i terreni, insieme si firmano accordi di programma e si avviano le procedure per l’installazione degli impianti. Sulla carta, il potenziale non manca. Le aree demilitarizzate demaniali, oggi in carico ai Comuni, sono ufficialmente 265 in tutto il Friuli, per una superficie complessiva di 1.095 ettari. Ma la prima ricognizione regionale si ferma a dieci-dodici amministrazioni comunali. Un perimetro ancora troppo ristretto per capire quanta di quella potenza da 1,96 GW potrà effettivamente trovare casa su quei terreni. Il censimento appena avviato è un primo passo, ma la distanza tra le aree disponibili e quelle effettivamente selezionate racconta già di un percorso che sarà tutt’altro che lineare.
L’ombra di Difesa Servizi
Ma l’operazione della Regione non avviene in un vuoto. Su quei 1.095 ettari potrebbe mettere le mani anche qualcun altro. Difesa Servizi S.p.A., la società in house del Ministero della Difesa, ha già pubblicato un disciplinare di gara a procedura aperta per la valorizzazione, mediante concessione, di sedimi militari destinati all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Non si tratta di un’iniziativa regionale, ma di un bando nazionale che procede su binari paralleli — e potenzialmente concorrenti — rispetto alla strategia annunciata dalla Giunta del Friuli Venezia Giulia.
La sovrapposizione non è teorica. Le aree demaniali dismesse che oggi appartengono ai Comuni friulani sono, in molti casi, le stesse che il Ministero della Difesa, attraverso Difesa Servizi, potrebbe decidere di concedere a operatori privati selezionati con gara pubblica. La legge regionale 18/2025 autorizza accordi di programma con gli enti locali; il disciplinare di Difesa Servizi, invece, attiva una procedura competitiva nazionale che segue logiche di mercato e tempistiche dettate da Roma. Due strade che rischiano di incrociarsi — o di scontrarsi — proprio sui terreni che la Regione ha cominciato a censire.
Il nodo non è solo giuridico, ma temporale. Con il 2030 che si avvicina, ogni mese perso in sovrapposizioni burocratiche o conflitti di competenza allontana la possibilità di raggiungere l’asticella fissata dal decreto ministeriale. La Regione ha scelto di muoversi con lo strumento dell’accordo di programma, che richiede il consenso dei singoli Comuni e un percorso amministrativo tutt’altro che istantaneo. Difesa Servizi, dal canto suo, opera con procedure di gara che hanno tempi propri e rispondono a una regia centralizzata. La domanda è se queste due traiettorie riusciranno a convivere o se finiranno per rallentarsi a vicenda.
I Comuni alla finestra
Alla fine, saranno i singoli Comuni a dover firmare accordi con la Regione. Ed è lì che si gioca la vera partita. Le amministrazioni locali, che hanno acquisito i beni statali dismessi, dovranno decidere se e come metterli a disposizione per lo sviluppo di impianti rinnovabili, bilanciando le esigenze energetiche con quelle urbanistiche, paesaggistiche e — non ultime — quelle delle comunità che vivono accanto a quelle ex caserme e poligoni. La legge regionale offre una cornice, ma ogni accordo di programma sarà un negoziato a sé, con tempi e condizioni tutti da definire. Resta da vedere se i dieci-dodici Comuni riusciranno a trasformare le caserme in parchi solari prima che scatti l’ennesimo intoppo normativo.
Il 2030 non è poi così lontano, e mentre la Regione conta i Comuni, i cittadini si chiedono se quelle aree resteranno spazi vuoti in attesa di una destinazione o diventeranno, finalmente, la loro centrale elettrica del futuro. La posta in gioco è alta quasi duemila megawatt. Le fondamenta, per ora, sono dieci municipi e un censimento appena cominciato.




