La tregua tra Washington e Teheran è finita e lo Stretto di Hormuz è di nuovo bloccato

A maggio il WTI spot toccava 102,13 dollari al barile. A giugno era già sceso a 84,81, come se la crisi fosse rientrata. Questa mattina il Gasoil a Londra ha ripassato quota 1.000 dollari alla tonnellata con un balzo di oltre 40 dollari. I mercati avevano creduto alla tregua.

Avevano torto.

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha bloccato per settimane il transito delle petroliere, un evento che i mercati energetici del Medio Oriente hanno monitorato con allarme. La guerra iniziata il 28 febbraio ha di fatto interrotto i flussi commerciali di energia attraverso il braccio di mare più sorvegliato del pianeta, come ricostruisce l’analisi de l’escalation nel Golfo Persico.

Il riflesso sui prezzi è stato immediato. I prezzi del greggio Brent a fine aprile avevano toccato un massimo del 60% sopra i livelli pre-conflitto, vicino a 117 dollari. Il WTI, a Cushing, era salito da 91,38 a marzo fino a 102,13 di maggio, per poi sgonfiarsi a giugno con l’illusione del cessate il fuoco: 84,81 dollari, stando alle rilevazioni sui prezzi spot. Il Brent, dopo i 117 di aprile, era rientrato a 107,14 a maggio e poi a 85,40 a giugno. Perfino il jet fuel sul Golfo del Messico, che a maggio quotava 3,943 dollari al gallone, era sceso a 3,042.

La tregua era solo una pausa

I missili sono tornati a colpire lo Stretto di Hormuz. La tregua tra Washington e Teheran è ufficialmente finita, certifica la guerra tra Usa e Iran. Le quotazioni di greggi e prodotti petroliferi stanno registrando forti rialzi, e il Gasoil a Londra ha superato i 1.000 dollari alla tonnellata con un’impennata di oltre 40 dollari, documenta ancora la guerra tra Usa e Iran.

Il mercato del gas, intanto, segue la stessa coreografia. Il 7 luglio 2026 i prezzi del gas naturale in Europa hanno di nuovo superato i 46 €/MWh, livello che non si vedeva dall’inverno. E il traffico di navi metaniere nello Stretto di Hormuz resta ben sotto ai livelli pre-conflitto, come mostra il mercato globale del gas. La strozzatura fisica delle rotte tiene alta la febbre anche sul metano.

Quanto può durare la finta calma

La dinamica dei prezzi spot racconta una verità semplice: ogni allentamento geopolitico è stato subito sfruttato per ricostituire scorte a prezzi più bassi, ma la capacità produttiva di riserva resta compressa dalle tensioni nel Golfo. A marzo il WTI viaggiava a 91,38 dollari, ad aprile il Brent a 117,29, numeri che oggi tornano attuali.

Il termometro da guardare non è il barile, ma il Gasoil a Londra. Il fatto che abbia superato 1.000 dollari alla tonnellata con un’accelerazione di 40 dollari dice che l’industria e i trasporti stanno già pagando la rottura della tregua. Il trend per i prossimi mesi dipende da un unico dato: quanto traffico petrolifero tornerà a transitare davvero da Hormuz. Finché le metaniere girano al largo e le petroliere aspettano scorte militari, la calma sui prezzi spot di giugno resterà un ricordo.