La ricerca dimostra che l’ombra ben gestita non penalizza la fotosintesi della vite

Un viticoltore sfoglia la proposta: moduli fotovoltaici sospesi sopra i filari, a tre metri e mezzo d’altezza. La prima reazione è istintiva: «Troppa ombra, addio qualità dell’uva». Eppure, se fosse proprio l’ombra giusta a proteggere le viti e a far fruttare il doppio raccolto — energia e vino — nello stesso ettaro di terreno?

La paura del vignaiolo

La diffidenza ha radici solide. Secondo i dati Sun’Agri, un pilotaggio solare dinamico ma privo di intelligenza agronomica può causare perdite di rendimento fino al 50%. Non è una minaccia teorica: è il risultato di impianti dove i pannelli inseguono il sole con l’unico obiettivo di massimizzare la produzione elettrica, ignorando cosa succede sotto. Per un produttore che vive di uva, anche solo il sospetto di dimezzare la vendemmia basta a cestinare la proposta.

Il timore è legittimo. Ma cosa succede quando il sistema è guidato da criteri agronomici anziché solo elettrici? I dati dei campi sperimentali cominciano a rispondere, e la storia è più sfumata di quanto sembri.

I numeri del campo

Di fronte a questo timore, la ricerca condotta a Piacenza dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, all’interno del progetto ENER-VITIS, offre una risposta misurata e sorprendente. Un gruppo guidato da Stefano Poni ha studiato per tre anni un vigneto di Cabernet Sauvignon coperto dal sistema agrivoltaico fornito da i-Pergola, partner tecnico sia di ENER-VITIS sia del progetto AGRIVOLT-ER in Emilia-Romagna. L’obiettivo non era solo misurare quanta luce arriva alle viti, ma capire come la pianta reagisce a diversi tipi di ombra.

I ricercatori hanno confrontato tre configurazioni dei moduli: DT (disposizione alternata), FH (copertura fissa estesa) e SAT (copertura con moduli concentrati in alcune fasce orarie). La prima lezione emersa dallo studio pubblicato dall’ateneo è netta: l’ombreggiamento non può essere letto come un semplice dato quantitativo. A parità di riduzione della luce — circa il 42-44% in meno rispetto all’irraggiamento massimo nelle configurazioni DT e FH — l’assimilazione netta di CO₂ della chioma risultava più penalizzata in DT. Invece nella configurazione SAT, dove i moduli proiettano ombra solo in alcune fasce orarie, la limitazione di luce e la riduzione della fotosintesi erano quasi identiche, entrambe attorno al 19%. Tradotto: se l’ombra arriva concentrata in momenti precisi della giornata anziché spalmata uniformemente, la pianta lavora meglio.

L’adattamento della vite è più sofisticato di quanto si pensasse. Come racconta un approfondimento di Secondo Tempo, la pianta si adatta sorprendentemente bene a una riduzione della luce anche del 50%. I ricercatori hanno osservato che una configurazione agrivoltaica prolungata innesca meccanismi naturali di compensazione: aumenta la resa quantica della fotosintesi — cioè la pianta usa meglio ogni fotone che riceve — e la senescenza fogliare viene leggermente ritardata, prolungando il periodo in cui le foglie sono attive. La vite insomma non subisce passivamente: se le dai tempo, impara a gestire la penombra.

C’è un dato che invita alla prudenza: l’efficienza d’uso dell’acqua della chioma non è aumentata in nessuna delle configurazioni, tranne che nell’ultima parte del periodo FH. Questo significa che i pannelli non generano automaticamente un risparmio idrico — altro luogo comune da smontare — se non in condizioni di copertura molto prolungata e solo verso fine stagione. Chi spera di ridurre le irrigazioni per il semplice fatto di aver messo i moduli sopra i filari resterà deluso.

La scelta che conviene

I dati dicono che l’ombra, se ben gestita, non è nemica. Ma allora cosa deve guardare un viticoltore per non sbagliare?

La discriminante non è il famigerato “grado di copertura” che spesso campeggia nelle brochure commerciali. È la configurazione temporale dell’ombra, il modo in cui i moduli sono disposti e pilotati ora per ora, giorno per giorno. Un sistema SAT, che concentra l’ombreggiamento in finestre orarie definite, ha mostrato performance fisiologiche nettamente migliori rispetto a coperture uniformi come DT. La differenza tra un vigneto che produce sotto i pannelli e uno che langue sta tutta qui.

Poi c’è il capitolo economico. Già nel febbraio 2024 il decreto MASE ha messo sul piatto incentivi per realizzare almeno 1,04 gigawatt di nuovi impianti agrivoltaici. Sono risorse importanti, ma accedervi significa presentare un progetto che rispetti precisi requisiti agronomici, non solo elettrici. Ed è qui che il mercato si divide: da un lato chi propone soluzioni standardizzate con moduli che inseguono il sole ignorando la pianta, dall’altro realtà come i-Pergola che integrano sensori, automazione e conoscenza agronomica per modulare l’ombra in base allo stato vegetativo della vigna.

La differenza di approccio non è accademica. Un impianto pensato solo per produrre chilowattora può distruggere la resa dell’uva; un impianto progettato da chi conosce la fisiologia della vite può mantenerla stabile, con il vantaggio aggiuntivo della vendita di energia che migliora il bilancio aziendale in anni di prezzi del vino ballerini. La scelta non è tra pannelli sì e pannelli no, ma sulla qualità del progetto che sta dietro quei pannelli.

La prossima volta che sfogli una proposta di agrivoltaico, non fermarti alla percentuale di ombra. Chiedi se dietro c’è un cervello agronomico: è lì che si gioca la differenza tra un vigneto spento e uno che produce vino ed energia, anno dopo anno.