La misura colpisce il 14% della domanda solare europea prevista tra il 2026 e il 2030.
Oltre 28 GWdc di domanda di inverter. È la fetta che il divieto europeo rischia di congelare tra il 2026 e il 2030, secondo la stima di Wood Mackenzie. Nel 2025 i fornitori cinesi hanno controllato più dell’80% delle spedizioni di inverter in Europa. Ora quel numero è diventato una soglia di rischio: la Commissione europea ha deciso che i fondi dell’Unione non possono più finanziare progetti energetici che usano inverter prodotti in Cina, Russia, Iran o Corea del Nord. La decisione è di fine aprile, ma è stata resa pubblica lo scorso 6 maggio con un post su LinkedIn di Jan Willem de Jong.
Il passo è rilevante perché la maggior parte degli inverter installati in Europa è di produzione cinese, e la Commissione considera questa dipendenza un rischio per la sicurezza. Ma il divieto non è uniforme: il suo peso cambia a seconda di quanto un mercato dipenda dai fondi pubblici europei e dalle reti elettriche collegate all’Unione.
Una fetta da 28 gigawatt
I conti li ha fatti Wood Mackenzie: il divieto può interessare circa il 14% della domanda solare europea prevista dal 2026 al 2030, per un totale di oltre 28 GWdc di domanda di inverter. Vale la pena chiarire la misura: i gigawatt in corrente continua indicano la capacità di conversione che gli inverter dovranno gestire, non l’energia che gli impianti immetteranno in rete. Il confronto corretto è con la domanda complessiva di inverter, non con la produzione elettrica. Rispetto al totale atteso nel quinquennio, il 14% è una quota significativa ma non maggioritaria: segnala quanto del mercato dipenda ancora da progetti che passano dai finanziamenti dell’Unione.
Il punto di partenza, però, è più ampio. Nel 2025 i fornitori cinesi detenevano oltre l’80% delle spedizioni di inverter in Europa. Il divieto tocca quindi la componente più diffusa del parco solare in costruzione, non una nicchia.
Dove il divieto fa più male
Il divieto non è un semplice filtro commerciale. Entra nei contratti di finanziamento. Secondo il Consiglio europeo di produzione solare, gli strumenti di finanziamento dell’Unione — inclusi Banca europea per gli investimenti e Fondo europeo per gli investimenti — non possono più essere usati per progetti che contengono inverter provenienti da Cina, Russia, Iran o Corea del Nord. Il vincolo si estende ai prodotti di società possedute o controllate da entità o persone di quei paesi, e ai progetti in regioni vicine all’Unione, come il Nord Africa e i Balcani occidentali, quando sono collegati alla rete elettrica europea.
La conseguenza non sarà distribuita in modo uniforme. Secondo SolarPower Europe, l’Europa centrale e orientale rischia di essere colpita più duramente: in quei mercati i progetti rinnovabili dipendono in misura maggiore dai fondi e dai finanziamenti dell’Unione e, allo stesso tempo, fanno ampio ricorso a prodotti dai paesi ad alto rischio. È un effetto di sostituzione forzata: dove i fondi pubblici non possono più acquistare inverter cinesi, chi è in grado di riempire il vuoto lo farà rapidamente, oppure il progetto si allunga.
La rivincita dei produttori europei
La risposta arriva dal lato dell’offerta europea. Jürgen Reinert, CEO di SMA Solar, stima che l’azienda possa guadagnare circa il 10% di quota nel mercato europeo utility-scale, secondo quanto riportato da Euronext. Lo spazio di manovra esiste: i produttori cinesi, guidati da Huawei e Sungrow, hanno fornito circa il 70% degli inverter in Europa negli ultimi anni. Le stime non coincidono al decimale — Wood Mackenzie parla di oltre l’80% nel solo 2025 — ma il segno è lo stesso, e indica quanto spazio sia in gioco.
Non si parte da zero. Il Consiglio europeo di produzione solare afferma che i produttori europei sono pronti a sostituire la fornitura cinese. C’è anche un esempio concreto: iwell ha iniziato anni fa a rimuovere le apparecchiature di rete di terze parti dai propri sistemi di batterie, sostituendole con alternative di origine Ue. Il Battery EMS e il Control Box dell’azienda sono sviluppati internamente e i dati sono archiviati in data center europei. È un percorso iniziato prima della decisione della Commissione, ma che ora trova un mercato più favorevole.
Resta da vedere se la stima di Reinert diventerà contratti reali già nella prossima stagione degli ordini. Il numero da tenere d’occhio è la quota utility-scale dei produttori europei: se supererà il 10% stimato da SMA, il divieto avrà prodotto qualcosa di più di una semplice misura di sicurezza.




