La misura rimborsa i costi delle emissioni ai produttori a gas
Lo scorso 20 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto energetico da tre miliardi di euro per compensare i produttori di energia a gas per i costi delle emissioni di carbonio. È la misura al centro dell’Energy Decree che il governo presenta come scudo per famiglie e imprese. Il ministro Gilberto Pichetto l’ha definita una priorità assoluta: garantire prezzi energetici più bassi per famiglie e imprese, con risparmi reali, in un approccio concreto per la competitività e la crescita. Il mercato ha però reagito in direzione opposta: già a febbraio, l’annuncio della riforma ha innescato un forte calo dei prezzi forward dell’energia elettrica italiani, con sette sedute consecutive di ribasso e quasi il 15 per cento perso in un mese, minacciando i ricavi delle principali utility e dei produttori da fonti rinnovabili, come riporta Bloomberg.
Il paradosso dei tre miliardi
Il ragionamento del decreto è lineare: se i produttori a gas vengono rimborsati dei costi ETS, il prezzo marginale scende e le bollette si alleggeriscono. Il rovescio è però già scritto nel rapporto di ICIS: la misura di rimborso ETS distorcerebbe il mercato, aumentando la generazione a gas in Italia, riducendo le importazioni nette dai Paesi vicini e abbassando i prezzi in quasi tutti i Paesi europei, non solo in quelli direttamente collegati all’Italia. In altre parole, un intervento nazionale pensato per calmierare l’Italia finirebbe per premere al ribasso su buona parte del continente. Ma se i prezzi scendono già, chi paga davvero il conto?
La linea politica è esplicita. Giorgia Meloni ha definito l’ETS una “tassa di fatto imposta dall’Europa”, e Pichetto ha ribadito che la misura, dal valore di oltre tre miliardi, affronta una priorità assoluta: garantire prezzi energetici più bassi per famiglie e imprese, con risparmi reali. È utile ricordare che il mercato che il decreto punta a correggere non è nato neutro: nel 2023 l’Unione europea ha riformato parti del mercato elettrico senza toccare il sistema di determinazione del prezzo marginale, già contestato politicamente dopo la crisi energetica del 2022.
Chi vince e chi perde
La domanda resta aperta: la compensazione ETS non è neutra, e i suoi effetti distributivi sono già visibili. I vincitori diretti sono i produttori a gas, che ottengono il rimborso dei costi delle emissioni, e Confindustria, la cui pressione ha contribuito all’adozione del decreto. I perdenti sono le rinnovabili e le utility: l’analisi di ECCO avverte che il decreto rischia di rallentare gli investimenti nelle rinnovabili in Italia e di aumentare i costi di sviluppo per l’incertezza introdotta nel mercato elettrico; ECCO ricorda anche che gli obiettivi italiani sulle rinnovabili sono già in ritardo rispetto ad altre grandi nazioni europee. In prospettiva, a pagare potrebbero essere i consumatori: se gli investimenti in capacità pulita rallentano, il prezzo amministrato di breve periodo si traduce in minori alternative di medio termine.
Non è la prima volta che l’Italia prova a governare il prezzo del gas. Già a fine 2022, il termine entro cui il GSE poteva cedere gas naturale a prezzi calmierati era stato prorogato dal 31 dicembre 2022 al 31 marzo 2023, e per incrementare la produzione nazionale erano state autorizzate nuove concessioni tra le 9 e le 12 miglia, con l’aumento delle quantità estratte da coltivazioni esistenti in zone di mare, come il comunicato del Consiglio dei Ministri di allora indicava. Il decreto di febbraio rientra in questa storia: interventi sul gas per contenere i prezzi, con costi e vincitori che emergono solo dopo.
Bruxelles e l’effetto domino
Se il mercato unico dell’energia è già fragile, il decreto italiano potrebbe diventare un precedente. Secondo Bloomberg, ripreso da Energy Connects, il decreto, se approvato, potrebbe ispirare altri Stati membri ad alto costo energetico a perseguire interventi simili di neutralizzazione dell’ETS, intensificando la sfida al mercato unico dell’energia dell’Unione. Il think tank ECCO ha già avvertito che il decreto isolerà l’Italia e la metterà in rotta di collisione con Bruxelles.
Quanto alla compatibilità giuridica, la posizione di ADVANT Nctm è misurata: un approccio “flow-constrained” potrebbe migliorare la presentazione della misura nel dialogo con Bruxelles, ma non trasforma una misura legalmente fragile in una automaticamente autorizzabile, come spiegano i partner Piero Vigano e Francesco Mazzocchi. In altre parole, il decreto può essere raccontato meglio, ma resta fragile. A fine agosto, il decreto è già una realtà politica da mesi, ma la partita con Bruxelles è appena iniziata: per imprese e famiglie, il prezzo amministrato non è mai neutro.




