La revisione dell’ETS cerca di bilanciare ambizione climatica e competitività industriale

Nel 2031 il mercato del carbonio europeo entrerà nella sua Fase 5. Per allora, le emissioni dovranno calare del 90% rispetto ai livelli del 1990: un obiettivo che la proposta di revisione dell’EU ETS ha impresso dentro la cornice giuridica del prossimo decennio. Sulla carta è la più imponente riforma del sistema dal suo varo, ormai più di vent’anni fa. Nella pratica, è un meccanismo che sta stringendo la morsa su acciaio, chimica e cemento più in fretta di quanto chi produce possa materialmente adattarsi. Markus Kamieth, alla guida di BASF, l’ha detto senza troppi giri: l’Europa non può più permettersi un sistema che si restringe più velocemente di quanto l’industria possa realisticamente trasformarsi.

Da qui la scelta di rivedere il sistema di scambio di quote con una proposta arrivata il 17 luglio scorso. L’intenzione dichiarata è sostenere la competitività industriale europea e agganciarla al target climatico del 2040. Ma il paradosso è già visibile: senza correttivi, gli investimenti potrebbero lasciare l’Europa prima ancora di abbattere una tonnellata di CO₂, come ha avvertito lo stesso Kamieth. Basterà un aggiustamento tecnico a disinnescare il conflitto?

Il sì condizionato di Pichetto

In questo scenario, il governo italiano sceglie la via del pragmatismo. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, ha accolto la scelta di rafforzare gli strumenti a sostegno degli investimenti nella decarbonizzazione industriale. Un’apertura misurata, che però lascia intravedere subito il nervo scoperto: permangono aspetti di cruciale importanza che dovranno essere affrontati nel corso del negoziato, a partire dalla definizione dei benchmark e dal sistema di assegnazione delle quote gratuite. L’annuncio politico c’è, l’atto vincolante ancora no. Eppure, è proprio sui dettagli che si gioca la partita vera.

La fronda dei nove e la paura del carbon leakage

Le parole del ministro sono solo la punta dell’iceberg. Sotto, si muove una fronda di nove paesi — Italia inclusa, insieme a Polonia, Ungheria, Grecia e altri — che a Bruxelles si è già incontrata per mettere sul tavolo le proprie preoccupazioni. Il timore comune è che il sistema di scambio di quote di emissione, così com’è, acceleri fenomeni di rilocalizzazione delle produzioni fuori dall’Unione. Pichetto lo ha detto senza margini: sarà fondamentale garantire un quadro regolatorio equilibrato, in grado di tutelare la competitività nei settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale ed evitare fenomeni di rilocalizzazione delle produzioni al di fuori dell’Unione Europea.

L’industria chimica europea, con Cefic in prima fila, osserva proprio questo crinale. L’ETS, nato nel 2005 come primo sistema internazionale di scambio di emissioni, è ora nella sua quarta fase, ma la tensione non è mai stata così alta. La Commissione ha davanti a sé il compito di scrivere una revisione che sia all’altezza della posta in gioco — e per farlo deve sciogliere due nodi che il ministro Pichetto ha messo nero su bianco: i benchmark e le quote gratuite. Senza un intervento su questi capitoli, il meccanismo rischia di funzionare da tassa implicita sulla manifattura europea, spingendo altrove catene del valore intere.

Dietro la formula “spirito costruttivo” con cui il Mase promette di partecipare ai negoziati c’è un calcolo pragmatico: l’Italia sa che la decarbonizzazione non può essere un obbligo calato dall’alto senza reti di protezione, e vuole che la revisione dell’ETS diventi uno strumento per rafforzare la leadership industriale europea, sostenere gli investimenti nella transizione e coniugare efficacemente ambizione climatica, sicurezza economica e competitività. Parole che suonano programmatiche, ma che in realtà misurano la distanza tra l’annuncio politico e l’attuazione reale: con quali risorse, con che tempi e, soprattutto, con quale equilibrio tra il costo del carbonio e la sopravvivenza di chi lo paga.

La palla ora passa ai negoziati. Il rischio che gli investimenti prendano la strada dell’uscita prima ancora che le emissioni inizino a scendere non è un’iperbole: è uno scenario che Cefic e diversi governi considerano già concreto. Se la revisione non scioglierà il nodo dei benchmark e delle quote gratuite, la leadership industriale europea potrebbe essere la prossima vittima del green deal. O forse, semplicemente, la prima.