Le utility europee comprano reti e cavidotti mentre in Calabria si testa un accumulo a salamoia che potrebbe ridurre la

Ventidue mesi. È il tempo che ci separa dalla scadenza del PNIEC aggiornato, e mentre si discute ancora di pale sì e pale no, chi muove i capitali veri ha già voltato pagina. Il mercato non sta più comprando molini a vento. Sta comprando spine, ciabatte e secchielli. La notizia non è quanta potenza installi, ma chi controlla i cavi e chi sa tenere da parte l’energia quando il prezzo è a zero.

I soldi sono già sul fondale (ma non sulle torri)

Prendete RWE. L’utile operativo (EBITDA adjusted) del segmento Offshore Wind di RWE è salito a 810 milioni di euro nel primo semestre 2026, contro i 643 dello stesso periodo 2025. Numeri che hanno spinto la società a ritoccare all’insù la guidance annuale di EBITDA adjusted per la divisione di 100 milioni, portandola tra 1,65 e 2,15 miliardi. Il motivo per cui questi margini crescono non sta però in mare aperto, sta nel sottosuolo e nei cavidotti.

Il vero colpo RWE lo ha messo a segno a terra. Dopo il via libera incondizionato dell’Ufficio Federale Tedesco per i Cartelli, l’acquisizione di quote indirette in Amprion ha portato la partecipazione totale di RWE al 55%. Cinque azionisti di M31 sono usciti, RWE è entrata col piede pesante nel capitale del più grande gestore di rete tedesco. Generare elettroni sta diventando il meccanismo per comprarsi il casello autostradale che li fa passare.

Non è un’eccezione tedesca. Poche ore prima che questi dati venissero pubblicati, Elia e CPP hanno perfezionato l’interconnettore Tarchon. Anche qui nessuna nuova pala: solo un’infrastruttura che cuce mercati, gestisce congestioni e incamera rendite di posizione per decenni.

Nel frattempo, l’industria eolica globale prova a dettare la linea ai governi. Dal 9 aprile 2025 circola il policy paper del GWEC che invoca «Smarter localisation policy» e suggerisce a governi e aziende di scrivere insieme regole di localizzazione favorevoli al mercato. L’obiettivo dichiarato: stabilità economica di lungo termine. La premessa implicita: la manifattura delle turbine conta, ma contano ancora di più le condizioni alle quali puoi collegarle alla rete e stoccare l’output.

Arriva la salamoia (e l’Italia rischia di restare a guardare)

Qui entra in scena un tassello che sembra uscito da un atlante delle cose che l’Italia potrebbe fare e di solito non fa. Al largo della Calabria, al Natural Ocean Engineering Laboratory di Reggio Calabria, la startup italiana Sizable Energy sta testando una tecnologia di accumulo offshore pensata per immagazzinare l’elettricità prodotta dai parchi eolici e da altre fonti rinnovabili. Nessuna batteria al litio, nessun impianto idroelettrico di pompaggio in montagna.

Il sistema a salamoia funziona così: quando l’elettricità è in eccesso e il prezzo crolla, una pompa spinge una soluzione salina densa dentro un serbatoio galleggiante. Quando la domanda torna a salire, la salamoia defluisce verso un secondo serbatoio posato sul fondale, azionando turbine che generano corrente.

È l’alternativa ai BESS, e sfrutta l’unica materia prima che abbiamo in abbondanza: il mare.

La campagna prove al NOEL serve a validare la tecnologia su scala pre-industriale e a mettere a punto i metodi di varo e installazione in vista del dispiegamento commerciale. Soldi privati, laboratorio pubblico, zero fanfare ministeriali.

Il vero valore della transizione si sta spostando dai generatori ai cavi e ai serbatoi.

La partita non è a Rimini

Ora mettete le due cose sullo stesso tavolo. Al Nord le grandi utility europee si comprano le reti e blindano le guidance. Al Sud una scale-up calabrese muove i primi passi su una tecnologia di accumulo che potrebbe tagliare la dipendenza dalle materie prime critiche. In mezzo c’è l’Italia che discute di decreti aree idonee, commissari unici e iter autorizzativi che durano quanto due cicli di programmazione europea.

Il punto non è se la salamoia funzioni o se Sizable Energy diventerà una multinazionale. Il punto è che mentre altri comprano le autostrade e brevettano i parcheggi, l’Italia — che di costa ne ha 7.500 chilometri — non ha ancora deciso se le infrastrutture di rete e accumulo sono un affare da regalare ad altri o l’unico pezzo di transizione su cui vale la pena investire davvero.