Rotazione del capitale: obiettivo rendimento del 12% entro il 2030.
Lo scorso 3 agosto TotalEnergies ha firmato con Shell un accordo per rilevare l’intero business eolico e solare onshore in Europa e, lo stesso giorno, ha annunciato la cessione di una partecipazione del 50% in un portafoglio rinnovabile da 1,2 GW a un conto assicurativo gestito da KKR. È quanto si legge nell’annuncio ufficiale di TotalEnergies. Le due mosse hanno segni opposti: acquistare capacità rinnovabile e, nello stesso momento, venderne una quota. Ma dietro l’apparente paradosso c’è un modello preciso di allocazione del capitale.
Lo stesso giorno, due direzioni opposte
L’operazione con Shell riguarda 500 MW di impianti solari ed eolici in esercizio o in costruzione, concentrati soprattutto in Italia e nei Paesi Bassi, più una pipeline di 3,5 GW di progetti solari, eolici e di accumulo tra Italia, Regno Unito e Spagna. Sommati fanno circa 4 GW, ma sono due numeri diversi: i 500 MW sono capacità già reale o in via di completamento; i 3,5 GW sono progetti da sviluppare, con tempi e autorizzazioni da definire. Conviene ricordare che i gigawatt citati misurano capacità installata o in sviluppo, non energia effettivamente prodotta: un impianto da 1 GW non genera 1 GW in ogni istante, perché la resa dipende da sole, vento e fattore di carico.
Il completamento dell’acquisizione è atteso entro la fine del 2026, subordinato all’approvazione delle autorità competenti. Lo stesso giorno, TotalEnergies ha firmato con un conto assicurativo gestito da KKR la cessione di una quota del 50% in un portafoglio da 1,2 GW di eolico e solare onshore in Europa, con un valore d’impresa di 1,8 miliardi di euro. Non è una svendita: si tratta di una partecipazione di minoranza in asset già in portafoglio. La domanda resta: perché comprare e vendere simultaneamente nello stesso mercato?
La fabbrica del 12%
La risposta sta nella regola che TotalEnergies applica ai progetti arrivati alla data di operatività commerciale e ormai de-risked: cedere fino al 50% degli asset rinnovabili, così da massimizzarne il valore e gestire il rischio. L’accordo con KKR è esattamente questo schema: una quota del 50% in un portafoglio di impianti onshore europei, ceduta a un investitore con orizzonti lunghi e costo del capitale relativamente basso. La logica è rotazione: si compra sviluppo, si porta il progetto alla fase operativa, si cede una parte quando il rischio è più basso e si incassa capitale da reinvestire altrove.
TotalEnergies ha dichiarato che l’acquisto del portafoglio europeo di Shell, combinato con l’accordo con KKR, aiuterà l’allocazione del capitale nel settore delle rinnovabili mentre persegue l’obiettivo di raggiungere un rendimento del 12% sul capitale medio impiegato entro il 2030. A fine giugno 2026 la società deteneva più di 37 GW di capacità lorda di generazione rinnovabile. Nel solo portafoglio europeo dichiara quasi 10 GW di capacità lorda installata o in costruzione e 27 GW in sviluppo. Dentro questi numeri, i 1,2 GW ceduti a KKR pesano poco; i 4 GW comprati da Shell, al netto della pipeline, sono un’integrazione della base esistente, non una svolta dimensionale.
Shell esce, TotalEnergies raddoppia
Lo stesso giorno in cui TotalEnergies compra da Shell, la cessione del portafoglio rinnovabile europeo di Shell prosegue un percorso di uscita dalla proprietà diretta della generazione rinnovabile, già segnalato al Capital Markets Day 2025, come ricostruito da Energy Digital. Shell riduce l’esposizione diretta; TotalEnergies, al contrario, compra sviluppo e cede attività mature. La differenza non è solo di scala, ma di modello industriale e finanziario.
Il prossimo segnale da monitorare non arriverà dalla capacità già in costruzione, ma da quella in sviluppo. Il numero da tenere d’occhio non è il 4 GW acquisito da Shell lo scorso 3 agosto, ma i 27 GW di progetti in sviluppo nel solo portafoglio europeo: è lì che TotalEnergies dovrà dimostrare di saper portare i progetti alla data di operatività commerciale, applicare la regola di rotazione e trasformare la pipeline in rendimento. Solo allora si potrà misurare davvero il 12% entro il 2030.




