L’allineamento delle accise ha centrato il target PNRR ma restano 19 miliardi di sussidi fossili

25,02 miliardi di euro. Nel 2023, i sussidi ambientalmente dannosi hanno toccato il punto più alto mai registrato dal Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli. Dodici mesi dopo, il governo ha avviato la correzione più ambiziosa mai tentata in Italia: con il decreto legislativo del marzo 2025, ha disposto l’allineamento delle accise su benzina e gasolio, cancellando d’un colpo un sussidio implicito da oltre 3 miliardi di euro. Il paradosso della transizione italiana è tutto qui: per fare un passo avanti, si parte dal buco più profondo.

Il buco da 25 miliardi prima del grande taglio

Il Catalogo, istituito dalla legge del 2015, censisce ogni anno le agevolazioni che spingono consumi e investimenti verso attività dannose per l’ambiente. Fino al 2022, l’unica correzione concreta era arrivata con il decreto-legge del 27 gennaio di quell’anno: l’eliminazione di cinque sussidi alle fonti fossili, per un risparmio di 105,9 milioni di euro all’anno. Poca cosa, se rapportata ai 25 miliardi di SAD contabilizzati nel 2023. Il decreto legislativo n. 43 del 28 marzo 2025 ha cambiato scala: ha programmato l’avvicinamento progressivo delle aliquote di accisa su benzina e gasolio, fino a raggiungere la parità dal primo gennaio di quest’anno. In termini di cassa, vuol dire aver rimosso un sussidio di 3,157 miliardi di euro. Ma chi paga davvero questa correzione?

Chi vince e chi perde alla pompa

La risposta è più articolata di quanto sembri. Dal 1° gennaio 2026, benzina e diesel pagano la stessa accisa: 672,90 euro per mille litri. Fino al 31 dicembre 2025, il gasolio godeva di un trattamento più favorevole, un’eredità di scelte industriali vecchie di decenni che il Catalogo quantificava in 3,157 miliardi di euro l’anno. A guadagnarci, sul piano ambientale, è la coerenza del segnale di prezzo: bruciare un litro di diesel non è meno dannoso che bruciarne uno di benzina, ma fino a ieri costava di meno in accisa. A perderci sono i settori che si erano costruiti attorno a quel vantaggio: l’autotrasporto pesante, la logistica, le flotte aziendali alimentate a gasolio, e in parte le famiglie che avevano scelto il diesel proprio per il costo inferiore al litro. Il PNRR fissava del resto un primo obiettivo di 2 miliardi di riduzione entro il 2026 e di altri 3,5 miliardi entro il 2030. Con il solo allineamento delle accise, il target di medio termine è stato centrato e persino superato. Resta però la domanda più scomoda: basterà a centrare gli obiettivi del PNRR?

Ora mancano 5 miliardi entro il 2030

I conti dicono di no. I sussidi alle fonti fossili, la componente più corposa dei SAD, sono stati stimati in 19,2 miliardi di euro nel 2024. La sforbiciata sulle accise incide, ma non scalfisce l’ossatura del sistema. Il target per il 2030 richiede un’ulteriore riduzione di 3,5 miliardi, che dovrà essere raggiunta con interventi quasi certamente più impopolari: perché se l’allineamento benzina-diesel era politicamente digeribile (il differenziale si era già assottigliato negli anni ed è stato spalmato su cinque esercizi), i prossimi tagli riguarderanno probabilmente agevolazioni radicate nella manifattura, nell’agricoltura e nei consumi domestici.

Il percorso definito dal decreto legislativo del 2025 prevede un’ampia consultazione degli stakeholders e una cabina di regia guidata dal MASE e dal CITE. Ma il calendario stringe. Già nel 2022, cinque sussidi fossili furono soppressi con un decreto d’urgenza, dimostrando che la volontà politica può esistere; allargare quella platea per arrivare a una riduzione complessiva di 5,5 miliardi di SAD in quattro anni è una partita completamente diversa. E siamo solo a metà della transizione fiscale. Il Catalogo 2025 segnala che i SAD, pur scesi leggermente a 25 miliardi nel 2024, restano un masso enorme. E tra questi, quelli alle fonti fossili rappresentano oltre 19 miliardi, una cifra che rende l’idea della distanza che separa l’Italia non solo dai target europei, ma dalla semplice credibilità dei propri impegni climatici. Il grande taglio del 2026 è un segnale, ma la vera prova sarà evitare che quei miliardi si rigenerino sotto altre forme – esenzioni, rimborsi, crediti d’imposta – e trovare il coraggio di toccare i nodi strutturali.

Il 2026 è l’anno del grande taglio, ma il vero banco di prova sarà il 2030. Chi pagherà i prossimi miliardi? Se la risposta è “i soliti”, la transizione italiana resterà un esercizio contabile. Se invece si riuscirà a ripartire il costo con equità, allora questa correzione potrà essere ricordata come il punto di svolta, e non come l’ennesimo paradosso.