Il collettore galleggiante Squid punta a ridurre i costi dell’eolico flottante mentre gli Stati Uniti abbandonano i progetti offshore pagando

Quaranta tonnellate di acciaio e polimeri, un ragno sottomarino progettato per galleggiare a mezz’acqua sostenendo cime d’ormeggio, cavi di potenza e connettori subacquei. Non è un prototipo da laboratorio: il sistema Squid da 40 tonnellate della scozzese Encomara è già in fase di allestimento per le prove a terra presso l’Ardersier Energy Transition Facility in Scozia, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere il Technology Readiness Level 8. Siamo alla validazione in scala reale, l’ultimo passo prima dell’impiego commerciale.

Il meccanismo è chirurgico. Squid non è una turbina, ma un collettore galleggiante che permette di pre-installare cime, cavi e connettori prima che la turbina eolica arrivi in sito. Quando la macchina viene trainata al largo, l’aggancio è immediato: il sistema mantiene tutto sollevato dal fondale, eliminando la necessità di interventi subacquei in fase di connessione e, soprattutto, di disconnessione per manutenzione. L’operazione inversa, con il traino della turbina in porto, diventa questione di ore invece che di giorni, con la riduzione dei rischi di costruzione offshore e un taglio netto dei fermi produttivi.

Un gioco di percentuali, non di promesse

Dietro lo sviluppo, che dura da oltre cinque anni, c’è un calcolo di costo livellato dell’energia (LCoE). I modelli di Encomara indicano. Il risparmio si compone di voci precise: i risparmi da pre-installazione e operazioni semplificate su navi specializzate, minori costi di ormeggio e la drastica compressione dei tempi di indisponibilità. Non è un miracolo chimico o un salto generazionale nell’aerodinamica delle pale: è ingegneria navale che aggredisce la logistica di campo, esattamente dove l’eolico flottante accumula gran parte dei costi nascosti. Encomara, la società Encomara di Aberdeen, stima inoltre i 130 posti di lavoro stimati entro il 2030 negli stabilimenti Aurora di Huntly e Inverness per la produzione e la messa in opera del sistema.

Il dato tecnico più eloquente è che Squid trasforma l’interfaccia tra fondale e turbina in un sistema plug-and-play pre-commissionabile a terra. Le connessione e disconnessione più rapida delle turbine riducono la dipendenza da navi posacavi di grossa stazza, abbassano la soglia di operatività in finestre meteo avverse e rendono economicamente sostenibile il train-to-port per revisioni maggiori. Per i parchi flottanti oltre l’orizzonte, dove ogni ora di fermo macchina brucia margini già risicati, questa logica conta più di qualche punto percentuale di capacity factor.

Mentre l’Atlantico paga per uscire, il Mare del Nord paga per entrare

La prova ad Ardersier non sarebbe una storia di frontiera se non avvenisse mentre gli Stati Uniti fanno l’esatto contrario.

Il Dipartimento dell’Interno ha siglato con RWE l’accordo di uscita da 1,2 miliardi di dollari con RWE, in base al quale il colosso tedesco rinuncia ai lease offshore nel New York Bight, in California e in Louisiana. Tra i siti abbandonati spiccano i lease di Bluepoint Wind e Golden State Wind, quest’ultimo pensato per un progetto flottante da 2 GW al largo della California. RWE aveva investito più di un miliardo di dollari nell’acquisizione e nello sviluppo, ma ha concluso che l’impossibilità di ottenere permessi per i progetti offshore statunitensi non lasciava alternative sensate.

Il governo federale liquida di fatto asset strategici, restituendo a RWE una somma con cui l’azienda può rifocalizzarsi altrove, mentre il portafoglio residuo da quasi 6 GW — citato dallo stesso — resta congelato in attesa di chissà quali scenari politici. È un segnale di abbandono che cozza con i numeri europei: la catena del valore eolica europea ha capacità produttiva sufficiente per scalare, e al recente Vertice del Mare del Nord i governi si sono impegnati a dispiegare, con meccanismi di contratto per differenza che la ha appena dimostrato competitivi.

Selezione naturale, non funerale

La vera notizia, allora, non è il gadget galleggiante: è che un’azienda scozzese stia investendo in una tecnologia che affronta il nodo del costo proprio mentre la più grande economia del mondo si ritira pagando miliardi. È la fine dell’eolico offshore? Sembra piuttosto la selezione naturale di un mercato che non perdona i conti che non tornano. Squid non è un prodotto commerciale, ma la validazione a TRL 8 lo porta molto vicino alla catena di fornitura. Porta con sé un messaggio scomodo: chi resta in partita non scommette su volumi garantiti o sussidi permanenti, ma su componenti che offrono un taglio secco dei costi di ciclo vita. I 130 posti di lavoro stimati a Huntly e Inverness non nascono da una politica industriale assistita, ma dalla possibilità che la connessione rapida diventi un differenziale competitivo esportabile in tutti i mercati dove il vento soffia su fondali profondi. L’America che paga per cancellare progetti eolici non uccide la tecnologia: elimina gli attori che non riescono a portare in campo una riduzione verificabile della bolletta energetica.