Madrid propone un prelievo coordinato sui profitti di gas e petrolio per finanziare un fondo climatico comune

Non è una notizia dell’ultima ora. Il 4 settembre scorso, La Staffetta Quotidiana ha dato conto di una lettera della ministra per l’Energia spagnola Sara Aagesen Munoz al commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra. La ministra chiede alla Commissione europea di introdurre una tassa permanente sui profitti di gas e petrolio e di emettere nuovo debito comune per finanziare un fondo contro gli eventi climatici. Il documento, visto dal Financial Times, arriva mentre The Guardian calcola che le prime 100 compagnie petrolifere e del gas abbiano incassato più di 30 milioni di dollari ogni ora di profitti non guadagnati nel primo mese della guerra Usa-Israele in Iran.

Profitti record, estate letale

Quei 30 milioni di dollari l’ora si leggono accanto a un altro dato: la Spagna ha vissuto l’estate più calda mai registrata, con oltre 5.000 morti attribuite alle alte temperature. Non c’è una causalità lineare tra profitti e decessi, ma il contrasto è il motore della proposta di Madrid: se i bilanci delle compagnie si gonfiano con extraprofitti, i governi restano con il costo dell’adattamento e della risposta alle catastrofi. Come si finanzia l’adattamento senza gravare sui bilanci pubblici? La Spagna ha una risposta.

Cosa chiede Madrid: tassa permanente e debito comune

La lettera non chiede un intervento una tantum. La ministra spagnola propone un’imposta coordinata sui profitti straordinari del settore energetico per finanziare le misure proposte dalla Commissione per affrontare la crisi energetica. È lo stesso schema che La Moncloa ha messo sul tavolo: un prelievo coordinato, non misure sparse nazionali.

La richiesta si scontra con i fabbisogni di investimento. Secondo lo studio della Commissione europea, servono circa 70 miliardi di euro l’anno per l’adattamento climatico fino al 2050: circa 30 miliardi per le infrastrutture, 21 miliardi per gli ecosistemi e 12 miliardi per la sicurezza alimentare. Francia, Italia, Germania e Spagna sono i Paesi con i maggiori fabbisogni di investimento. Non sorprende che sia proprio Madrid a chiedere uno strumento strutturale: il fondo proposto dovrebbe essere finanziato con nuovo debito comune, non con i bilanci nazionali. Il punto tecnico è trasformare il contributo di solidarietà, oggi applicato in modo parziale, in un prelievo permanente. Ma se i numeri sono chiari, la politica europea lo è molto meno.

Il campo minato dell’attuazione

I numeri dell’attuale contributo di solidarietà raccontano un’altra storia. Solo 16 dei 27 Stati membri dell’UE lo hanno applicato direttamente, e i dati sulle entrate sono disponibili per appena 19 Paesi, secondo la Tax Foundation. Il quadro è frammentato: alcuni governi hanno scelto misure proprie, altri non hanno applicato nulla. Nel frattempo, la Commissione europea non ha segnalato alcun piano per legiferare su un nuovo prelievo sulle compagnie petrolifere. La proposta spagnola, per ora, resta una lettera.

Anche il sistema assicurativo attuale non aiuta. Secondo Bruegel, l’intervento dei governi dopo le catastrofi, con un’assicurazione privata inadeguata e sempre più costosa nelle aree ad alto rischio, è inefficiente e insostenibile. In altre parole, il modello post-emergenza non è in grado di assorbire eventi sempre più frequenti: serve un fondo ex ante, come quello proposto da Madrid.

Resta la domanda: la lettera spagnola resterà lettera morta o aprirà un negoziato? La richiesta di un prelievo coordinato e permanente aggiunge un tassello al confronto europeo su chi paga l’adattamento. Se il contributo di solidarietà è stato applicato solo parzialmente e la Commissione non ha in agenda un nuovo prelievo, i 30 milioni di dollari l’ora continueranno a scorrere mentre l’adattamento resta sottofinanziato. La palla è a Bruxelles.