La chiusura dello Stretto di Hormuz ha trasformato la retorica sulla transizione in necessità immediata
Nel 2024 l’Uruguay produceva già il 64 per cento dell’energia da fonti rinnovabili. Due anni dopo, con lo Stretto di Hormuz bloccato, la Sicilia viene riscoperta come possibile hub dell’idrogeno verde. Secondo quanto emerso al Thinkingreen di Taormina, la crisi dello Stretto ha reso improrogabile una scelta discussa per anni: abbandonare i combustibili fossili e investire su idrogeno rinnovabile per il trasporto aereo e ammoniaca verde per quello marittimo.
La lezione dello Stretto
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha funzionato come un elettroshock. Per decenni si è parlato di transizione energetica come di un orizzonte lontano, desiderabile ma non urgente. Poi, nel giro di poche settimane, l’interruzione del passaggio da cui transita una quota enorme del petrolio mondiale ha trasformato la retorica in necessità. «La chiusura dello Stretto di Hormuz e le gravi conseguenze derivate ci hanno insegnato che dobbiamo sfruttare la possibilità, oggi più che mai concreta, di non usare più combustibili fossili», è il refrain che ha attraversato il dibattito di Taormina.
E qui entra in scena la Sicilia. L’isola raffina già il carburante per molti aeroporti, non solo siciliani. Nei prossimi anni, quella stessa infrastruttura potrebbe trasformarsi nella produzione di energie nuove: e-SAF per gli aerei, ammoniaca verde per le navi. La geografia, che per decenni è stata un handicap, in uno scenario post-Hormuz diventa un vantaggio. Ma dal potenziale alla realtà il percorso è tutto da scrivere.
Inseguendo il modello Uruguay
Mentre l’Europa discute, l’Uruguay ha già fatto. All’inizio degli anni Duemila il paese dipendeva quasi interamente dai combustibili fossili. In poco più di due decenni ha ridotto quella dipendenza di oltre il 60 per cento, portando le rinnovabili al 64 per cento dell’approvvigionamento nel 2024, con un mix fatto di idraulica, eolica, fotovoltaico e biomassa. Non è stata una rivoluzione tecnologica: è stata una scelta politica, portata avanti con costanza per vent’anni.
La tecnologia per fare lo stesso in Sicilia esiste già. Stando a i dati IRENA sull’idrogeno, l’idrogeno può essere combinato con la CO2 per produrre idrocarburi e virtualmente qualsiasi molecola, mentre l’ammoniaca che se ne ricava può alimentare le navi. Il cherosene sintetico, ha spiegato il professor Rosario Lanzafame durante l’incontro, «è un combustibile che ha le caratteristiche identiche a quello attuale, ma che non ha bisogno di petrolio bensì di idrogeno pienamente rinnovabile e da scarti di natura industriale». In altre parole, si può volare senza petrolio. Lo si sapeva anche prima della crisi dello Stretto.
La differenza, questa volta, starebbe nei numeri. Il prezzo zonale dell’energia in Sicilia e il sostegno promesso dall’Unione Europea renderebbero la produzione competitiva come mai prima. «Finora questo non è stato utilizzato perché sono mancate la consapevolezza e l’opportunità», si legge nell’analisi. Ora l’opportunità c’è — o almeno così viene raccontata. Resta da vedere se la consapevolezza durerà più dello spavento geopolitico.
Cosa resta aperto
Se l’investimento dovesse arrivare, per la Sicilia si aprirebbero scenari che vanno oltre l’emergenza geostrategica. L’isola passerebbe da periferia energetica a snodo produttivo per l’intero Mediterraneo, con ricadute su occupazione, indotto industriale e competitività del territorio. Ma il condizionale è d’obbligo. Senza una politica industriale coerente — fatta di atti vincolanti, non di annunci — il sogno dell’idrogeno siciliano rischia di diventare l’ennesimo proclama senza seguito.
Il punto non è se la Sicilia possa tecnicamente farlo. Può. Il punto è se Bruxelles e Roma avranno la determinazione di mettere sul tavolo le risorse necessarie e di blindare gli investimenti con tempi certi. L’Uruguay ci ha messo vent’anni. L’Europa, dopo lo shock di Hormuz, non ha altrettanto tempo. Ma la fretta, da sola, non è mai stata una buona consigliera industriale.
La crisi dello Stretto di Hormuz ha aperto una finestra per la Sicilia. Tocca a Bruxelles e Roma dimostrare che questa volta non sarà sprecata.




