Contenzioso locale congela 3 GW di progetti autorizzati; Bruxelles propone misure per condividere i benefici con le comunità.
Oltre 3 GW di capacità rinnovabile autorizzata restano sospesi da provvedimenti giudiziari legati a contenziosi locali. Lo riporta l’analisi di QualEnergia. È il dato che spiega perché lo scorso luglio la Commissione europea abbia pubblicato Public Inclusion Toolbox For Renewable Energy, un documento di 34 pagine che raccoglie misure concrete per rafforzare l’accettazione pubblica degli impianti rinnovabili.
È importante leggere il numero per quello che è: non produzione mancata, ma potenza autorizzata che è stata congelata dai ricorsi. La differenza conta. Un impianto fermo in tribunale non ha ancora generato nulla, ma ha già assorbito capitale, iter e tempo di sviluppo. Quando si sommano oltre 3 GW, il contenzioso locale smette di essere un fastidio e diventa una variabile economica che anticipa i ritardi prima ancora dell’entrata in esercizio.
Il documento pubblicato a luglio è collegato all’articolo “Consenso locale, le linee guida Ue per…” e si presenta come una cassetta di misure, non come un manuale di comunicazione. L’obiettivo dichiarato è sostenere le autorità degli Stati membri nel migliorare la partecipazione pubblica nei progetti di energia rinnovabile. Ogni Paese può attingere a queste misure, ma il quadro di riferimento era già stato preparato da un’altra mossa. Già a dicembre 2025 Bruxelles aveva proposto di rafforzare l’articolo 15d della direttiva sulle energie rinnovabili, introducendo riferimenti alla condivisione dei benefici per i progetti di maggiori dimensioni e alla possibilità di ricorrere a un facilitatore indipendente per agevolare il dialogo tra promotori e comunità locali.
Qui sta il paradosso. Il toolbox resta per ora una raccolta di strumenti che i Paesi possono adottare, non un obbligo. Ma il linguaggio con cui Bruxelles lo motiva è quello del rischio d’investimento. Come ha sintetizzato Assoelettrica, per Bruxelles l’accettabilità sociale non è un optional comunicativo, è un fattore di derisking industriale che incide su costi, tempi e bancabilità degli investimenti. In altre parole, se il consenso non si costruisce prima, il progetto si paga dopo, in ritardi, ricorsi e capitale più caro.
La proposta di rafforzare l’articolo 15d va letta nello stesso modo. La condivisione dei benefici e un facilitatore indipendente non sono concessioni per rendere più gradevoli i progetti, ma strumenti per ridurre il rischio di blocco. Il nodo è quanto resteranno facoltativi e quanto diventeranno condizioni per ottenere autorizzazioni o finanziamenti. I 3 GW già fermi sono il costo attuale della mancata inclusione; il toolbox prova a dare ai governi una via per evitare che il contenzioso si ripeta su scala più ampia.
La lezione danese: 20% ai cittadini
Non serve immaginare futuri: il caso danese è già misurabile. Nel 2011 il governo danese ha stabilito che i nuovi parchi eolici debbano essere almeno al 20% di proprietà comunitaria. Non una quota simbolica, ma una partecipazione diretta che trasforma una parte dei residenti da spettatori a soci dell’impianto. La misura è anteriore di oltre un decennio all’attuale dibattito europeo e offre un laboratorio su cosa accade quando la condivisione dei benefici diventa regola.
La partita vera, nel recepimento dell’articolo 15d, sarà la scelta tra suggerire e imporre quote di partecipazione. Il dato da tenere d’occhio non è più solo la capacità installata, ma quanti Stati membri trasformeranno il toolbox in norme vincolanti per sbloccare i 3 GW contesi.




