Il fondo Equinox IV entra nel capitale di PFB per consolidare il riciclo meccanico su scala industriale

In un capannone della provincia di Bergamo i fiocchi di polietilene e polipropilene post-consumo entrano da un lato, e dall’altro escono componenti stampati a iniezione destinati ai cantieri e alla logistica. Non è artigianato, è una piattaforma da circa 30 milioni di fatturato che ha attirato l’attenzione del private equity internazionale: Project for Building S.p.A. (PFB) chiude il 2025 con un EBITDA superiore ai 6 milioni e da qualche giorno ha un nuovo azionista di controllo, il fondo Equinox IV, salito al 65% del capitale. Il segnale è chiaro: le tecnologie di riciclo meccanico e di elettrolisi sono mature, ma senza scala finanziaria non si supera il paradosso dei rifiuti che affligge l’Unione.

La resina dimenticata

PFB lavora polietilene e polipropilene post-consumo, due polimeri che insieme rappresentano il grosso della plastica monouso e degli imballaggi industriali. Il processo non è chimico: è riciclo meccanico spinto fino allo stampaggio a iniezione, lo stesso principio con cui si producono sedie, casalinghi e componenti tecnici, ma alimentato da materia prima seconda. Il risultato è un prodotto finito in plastica riciclata che entra direttamente nelle filiere della costruzione e della movimentazione merci. L’operazione industriale resta però un’isola se il contesto regolatorio e di mercato non cambia. Fuori da Bergamo, la fotografia europea è schizofrenica.

Il doppio paradosso europeo

I numeri della Commissione europea descrivono un sistema bloccato: le quantità di imballaggi generati nell’UE crescono anno dopo anno, mentre i livelli di riutilizzo, raccolta e riciclo restano bassi. Il packaging, che da solo utilizza grandi quantità di materie prime primarie, continua a dipendere da un modello lineare che estrude polimero vergine, lo stampa, lo usa per settimane e lo manda in discarica o in termovalorizzazione. Il paradosso è duplice: da un lato l’industria del riciclo meccanico ha dimostrato, come nel caso PFB, di saper chiudere il cerchio su scala significativa; dall’altro la domanda di plastica riciclata fatica a decollare perché i prezzi del vergine oscillano e mancano obblighi stringenti di contenuto riciclato.

Nel frattempo la digitalizzazione industriale suggerisce che il problema energetico possa essere aggredito prima ancora di toccare le materie prime. Secondo il World Economic Forum, l’uso di algoritmi intelligenti per regolare i carichi, anticipare i picchi e ottimizzare l’accumulo energetico può ridurre i consumi aziendali fino al 60%. Il mercato globale dei sensori industriali è atteso a 54 miliardi di dollari entro il 2034, con un tasso di crescita medio annuo del 7,14% a partire da quest’anno. Avere meno spreco energetico significa margini più alti per ogni tonnellata di plastica rilavorata. E i fondi infrastrutturali hanno iniziato a farci i conti.

La firma di Equinox e l’acceleratore BEI

Il 13,5% di ritorno registrato nel 2025 dal RE Infrastructure for Mobility Fund non è un caso. Il fondo, gestito da Green Arrow Capital — la principale piattaforma indipendente italiana negli investimenti alternativi — ha raddoppiato quasi la performance dell’8,6% messa a segno nel 2024, puntando su asset reali legati alla transizione energetica e alla mobilità. Il dato è arrivato martedì scorso, lo stesso giorno in cui Equinox ha formalizzato l’ingresso in PFB con un mandato preciso: trasformare l’azienda in una piattaforma per ulteriori acquisizioni e consolidare un gruppo industriale italiano attivo nell’economia circolare della plastica.

L’operazione segna un passaggio di scala. Non si compra un impianto di nicchia: si compra un nucleo di competenze e capacità produttiva su cui innestare altre realtà del riciclo e dello stampaggio, creando massa critica sufficiente a negoziare forniture, ottimizzare la logistica e accedere al credito bancario. Intesa Sanpaolo ha accompagnato l’operazione, confermando che il sistema bancario italiano vede nei progetti di economia circolare un profilo di rischio finalmente bancabile.

Il movimento di capitali non si ferma al riciclo. Sempre nei giorni scorsi la Banca Europea per gli Investimenti ha concesso un finanziamento da 450 milioni di euro a OMV per costruire un impianto di idrogeno verde su scala industriale a Bruck an der Leitha, in Austria. È l’elettrolisi che esce dalla fase dimostrativa e prova a reggere la stessa disciplina selettiva che i mercati stanno applicando altrove. Green Arrow Capital, dal canto suo, sta già posizionando capitali su due tecnologie ancora poco battute in Italia: fotovoltaico galleggiante ed eolico offshore galleggiante. Segmenti dove la curva di apprendimento è ripida ma i rendimenti potenziali giustificano il rischio, lo stesso calcolo che ha portato il fondo mobility al 13,5%.

Per chi progetta impianti, oggi la domanda non è più «funziona?» ma «quanto rende?». La risposta la danno i numeri di Bergamo e quelli di Vienna.