Le imprese scelgono contratti ibridi contro i picchi del gas: più stabili ma costosi.
Meno di 40 euro al megawattora a fine giugno. Più di 70 a inizio settembre. Poi, poco dopo, oltre 75. È la sequenza del prezzo del gas sul TTF olandese registrata nell’estate del 2026. Come ha raccontato un’analisi pubblicata da QualEnergia il primo settembre, quota 70 €/MWh era il livello più alto da gennaio 2023. Sono fatti di qualche settimana fa, non cronaca di queste ore. Servono però a capire un cambiamento che va oltre il singolo picco: i contratti nati per comprare energia rinnovabile, i Power Purchase Agreement, stanno diventando lo strumento più razionale per chi teme di rivedere numeri come quelli.
Quaranta, settanta, settantacinque
L’innesco è stato geopolitico. A inizio settembre sono riprese le ostilità in Medio Oriente tra Iran e Stati Uniti, con lanci incrociati di missili contro diversi obiettivi militari, dopo circa un mese di relativa tregua. Il mercato ha reagito come fa di solito, cioè in fretta. Secondo la ricostruzione di EU Perspectives sui prezzi di settembre, il gas ha superato i 75 €/MWh, contro i meno di 40 di fine giugno. In poco più di due mesi il prezzo è quasi raddoppiato. Se in una sola estate il gas può raddoppiare, viene da chiedersi a che cosa serva davvero un contratto di acquisto di energia rinnovabile.
Da bandiera verde a scudo di bilancio
La risposta, oggi, sta più nei conti economici che nei report di sostenibilità. QualEnergia sintetizza così il passaggio: le incertezze geopolitiche e i prezzi elevati dell’energia stanno spostando i PPA europei da contratti orientati alla sostenibilità a contratti costruiti per gestire il rischio. È un cambio di interlocutore, prima ancora che di strumento. Per anni il PPA aziendale è servito anche a raccontare qualcosa: l’impegno climatico, l’impronta ridotta, la casella spuntata nella rendicontazione ESG. Adesso la firma passa sempre più spesso dal direttore finanziario, che ragiona di volatilità e di margini.
Lo dice in modo esplicito Jonathan Bruegel dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), in un commento ripreso dal portale dell’Institute of Energy for South-East Europe. Prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran del 28 febbraio scorso, scrive, per la maggior parte delle imprese il PPA era uno strumento di sostenibilità. Ora è diventato una protezione contro i prezzi alti. La data conta: l’escalation di settembre non ha creato la tendenza, l’ha resa più evidente. Il cambio di motivazione era cominciato mesi prima, con il primo shock di fine inverno.
I numeri citati dall’IEEFA spiegano perché la protezione è così attraente. Nei periodi di stress i prezzi day-ahead in Germania e in Italia, cioè quelli che si formano sul mercato elettrico del giorno prima, arrivano a 120-150 €/MWh. I prezzi dei PPA restano tra 60 e 85 €/MWh. In pratica chi ha firmato paga, nei momenti peggiori, circa la metà di chi compra a mercato. Non è un vantaggio garantito per sempre: un PPA fissa un prezzo per anni, e se il mercato scende chi l’ha firmato rischia di pagare più degli altri. Ma per un’impresa energivora, che teme soprattutto i picchi, la prevedibilità vale più di un risparmio eventuale. Resta un’altra domanda: se tutti cercano copertura, quale tipo di contratto conviene davvero, e a quale costo?
L’ibrido costa di più, e piace di più
Il mercato sta rispondendo con prodotti che promettono profili di consegna più stabili, e quella stabilità si paga. Secondo il nuovo indice ibrido di LevelTen, i PPA ibridi, che combinano più fonti, costano il 24% in più dei PPA solari e il 15% in meno di quelli eolici. Il solare puro è il più economico, ma produce solo in alcune ore e lascia scoperte proprio le fasce serali in cui il prezzo spesso sale. L’eolico è più distribuito nell’arco della giornata, ma costa di più. L’ibrido si colloca a metà e offre una curva di produzione più vicina ai consumi reali di un’azienda.
Le imprese sembrano aver accettato il compromesso. Sempre secondo LevelTen, nel secondo trimestre del 2026 le nuove offerte ibride sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente. Perché pagare un quarto in più rispetto al solare? Perché il valore di un PPA usato come assicurazione non sta nel prezzo più basso, ma nella capacità di coprire le ore in cui il mercato fa male. È la stessa logica di una polizza: si paga un premio per non subire il danno.
Il quadro che ne esce è meno rassicurante di quanto possa sembrare. La transizione verso le rinnovabili, almeno nel segmento dei contratti aziendali, sta accelerando perché protegge i bilanci, non per convinzione climatica. Va bene così, si potrebbe dire: l’esito per il sistema è comunque più capacità rinnovabile contrattualizzata. Ma una copertura di questo tipo è accessibile a chi ha volumi, solidità finanziaria e strutture capaci di negoziare contratti pluriennali. Se la domanda di rinnovabili cresce come assicurazione contro la geopolitica, resta aperta la domanda più scomoda: che cosa succede alle piccole imprese e ai consumatori che un PPA non possono firmarlo e restano esposti, senza riparo, ai picchi da 120-150 €/MWh?




