L’85% del fabbisogno era coperto, ma il gruppo ha firmato un contratto da 876 GWh l’anno per la zona NO5
Prima di agosto Hydro aveva già coperto l’85 per cento del fabbisogno elettrico dei suoi impianti in Norvegia per tutti gli anni 2030. Un decennio che deve ancora cominciare risultava quindi quasi interamente assicurato. Eppure lo scorso 24 agosto il gruppo ha firmato con Statkraft un altro contratto: secondo il comunicato diffuso da Statkraft, Hydro Energi riceverà 876 GWh l’anno dal 2031 al 2040, per un totale di circa 8,8 TWh nell’arco del contratto. Sono passati due mesi da quell’annuncio, che quindi non è una notizia dell’ultima ora. Messo in fila con gli altri accordi dell’anno, però, aiuta a capire come si stanno muovendo i grandi consumatori industriali norvegesi.
Coperti all’85%, e a caccia di altri megawattora
I numeri dell’accordo di agosto sono semplici. Si tratta di un PPA, cioè un contratto di acquisto di energia a lungo termine, che fissa oggi le condizioni di forniture che partiranno tra cinque anni. La consegna avverrà nella zona di prezzo NO5, una delle aree in cui è suddiviso il mercato elettrico norvegese. Ogni zona ha un proprio prezzo, che può differire anche molto da quello delle altre. I volumi vanno letti come energia consegnata nel tempo, non come potenza installata:
876 GWh l’anno equivalgono a poco meno di un terawattora annuo.
Hallvard Granheim lo ha ricordato nel comunicato: «Questo è il terzo contratto di acquisto di energia a lungo termine che Statkraft stipula con Hydro quest’anno». Il dato sull’85 per cento viene invece dalla stessa Hydro, che lo ha indicato nel suo rapporto sul secondo trimestre del 2026. Il fabbisogno degli anni 2030 era quindi quasi coperto. Resta da capire che cosa stesse comprando davvero Hydro con quest’ultimo contratto.
Una mappa a zone e la paura del prezzo
Una risposta arriva mettendo in fila i contratti del 2026 e leggendoli come una curva di copertura che si riempie un pezzo alla volta, zona per zona. Già ad aprile Hydro e Statkraft avevano firmato due accordi di fornitura a lungo termine destinati agli impianti di alluminio primario del gruppo in Norvegia. Insieme valevano 12,3 TWh su dieci anni: 0,9 TWh l’anno nel 2029 e nel 2030, poi 1,3 TWh l’anno dal 2031 al 2038. Erano ripartiti tra due zone di prezzo, con 8,8 TWh in NO2 e 3,5 TWh in NO3.
A inizio luglio si è aggiunto un fornitore diverso. Sempre secondo il rapporto trimestrale di Hydro, il gruppo ha firmato un accordo decennale con Eviny per 0,5 TWh l’anno dal 2031 al 2040. Ad agosto è arrivato il tassello di NO5, con un volume complessivo di circa 8,8 TWh, lo stesso valore assegnato ad aprile alla zona NO2. Il disegno che ne esce non è quello di un’azienda che compra energia in generale. È quello di un gruppo che chiude la copertura area per area, perché un megawattora consegnato in una zona non vale necessariamente quanto uno consegnato in un’altra. Il residuo 15 per cento del fabbisogno, in questa lettura, non era una quantità indistinta:
era energia da trovare nei posti giusti, sugli anni giusti.
Resta la domanda sul perché farlo con tanto anticipo. La spiegazione più esplicita sta in una frase pronunciata dai vertici di Statkraft e riportata dalla stampa finanziaria: «Vediamo prezzi più alti e il rischio di prezzi più alti anche in futuro». A questo si aggiungeva un avvertimento: una situazione del genere potrebbe danneggiare la competitività di lungo periodo dell’industria europea. Per chi produce alluminio, dove l’elettricità pesa molto sui costi, fissare oggi il prezzo dell’energia del 2035 significa togliersi dal tavolo un’incertezza che riguarda la sopravvivenza stessa degli impianti. Ha un costo: se i prezzi dovessero scendere, chi ha bloccato le condizioni pagherà di più del mercato. Ma è un costo che, a giudicare dalla sequenza dei contratti, i compratori hanno considerato accettabile.
Il banco di Statkraft
Dall’altra parte del tavolo c’è quasi sempre lo stesso interlocutore. I compratori sono frammentati: alluminio, silicio, impianti sparsi in zone di prezzo diverse. Il fornitore invece tende a essere uno solo. Nel suo rapporto intermedio sul secondo trimestre, Statkraft ha scritto di aver firmato nel trimestre PPA con clienti industriali norvegesi per 18,6 TWh complessivi. La cifra comprende i due accordi con Hydro da 12,3 TWh su dieci anni e contratti con Alcoa ed Elkem.
Alcoa, ha spiegato la società nell’annuncio dedicato allo stabilimento di alluminio nella Norvegia meridionale, è stata l’ultima di diverse grandi aziende industriali a firmare nuovi accordi di lungo periodo con Statkraft nel corso dell’anno. Il quadro è quello di un unico grande produttore che raccoglie la domanda di energia a lungo termine di buona parte dell’industria pesante del paese. Lo fa contratto dopo contratto e zona dopo zona.
Per capire se la corsa a fissare oggi l’energia degli anni 2030 prosegue, il numero da seguire è proprio quello dei PPA industriali firmati da Statkraft ogni trimestre. Se nei prossimi rapporti i volumi resteranno nell’ordine dei 18,6 TWh, vorrà dire che i grandi consumatori norvegesi continuano a comprare protezione dal rischio di prezzi alti. Vorrà dire anche che quella paura è già, a tutti gli effetti, una parte del prezzo che il mercato sta scontando.




