La transizione energetica resta finanziata dalle famiglie mentre il Tesoro cerca coperture contabili per le misure simboliche

Un parco eolico da 77 MW in Romania ha appena cambiato proprietario. La svedese OX2 lo ha ceduto a un investitore istituzionale, in una di quelle transazioni che nel settore delle rinnovabili si contano ormai a decine ogni trimestre. L’operazione, registrata nei database degli addetti ai lavori, è rimbalzata sulle agenzie di settore a metà luglio: numeri, sigle societarie, nessun comunicato trionfale. Eppure proprio questo dettaglio da subscriber-only accende una luce obliqua sulla politica energetica del Regno Unito.

Il segnale di Bucarest

La pala eolica rumena è un microcosmo di come funziona oggi il mercato dell’energia pulita: un progetto sviluppato da una società svedese, costruito nell’Europa dell’Est, venduto a un fondo che cerca rendimenti stabili indicizzati all’inflazione. Il vento soffia, le turbine girano, il contatore dei megawattora sale. Qualcuno incassa. Il problema è che questo qualcuno non sempre coincide con chi paga il costo della transizione. Nel Regno Unito, per esempio, il costo delle rinnovabili non viaggia sui bilanci dei fondi sovrani ma atterra direttamente sulle bollette domestiche, in quella voce che gli analisti chiamano «levies verdi» e che le famiglie conoscono come «la parte della bolletta che non scende mai».

Ma se il parco eolico si vende, chi paga per la transizione nel Regno Unito? La domanda non è retorica. La scorsa settimana, mentre gli avvocati chiudevano il contratto a Bucarest, a Londra il governo laburista metteva a punto la narrativa del taglio dell’IVA sull’elettricità domestica. Una mossa che porta la firma di Andy Burnham, il quale ha ribadito che «il Labour sotto la mia leadership non abbandonerà mai né il dovere di affrontare il cambiamento climatico né le prospettive offerte dall’economia verde». Un posizionamento che Luke Tryl, direttore esecutivo di More in Common, ha sintetizzato in modo ancora più netto: «il net zero è uno dei pochi collanti che tengono insieme la coalizione laburista».

Bolletta, una partita a metà

La domanda trova una risposta nei numeri della bolletta e nelle scelte del Tesoro. Il taglio dell’IVA dal 5% a zero sull’elettricità è entrato in vigore il 1° ottobre dello scorso anno: per una famiglia tipo significa circa 45 sterline di risparmio all’anno. Il governo ha stimato che la misura costerà 850 milioni di sterline nell’anno finanziario in corso, coperti con i risparmi derivanti dalla cancellazione del programma di identità digitale. Un’operazione a somma zero nei conti pubblici, che sposta fondi da un capitolo di spesa all’altro senza toccare il nodo strutturale.

Quel nodo sono i levies verdi, che restano esattamente dov’erano prima del taglio IVA: dentro la bolletta, pagati in proporzione ai consumi, senza alcuna progressività. Energy UK ha colto il punto con precisione chirurgica: «il prossimo passo deve essere quello di esaminare come gli altri costi in bolletta possano essere finanziati in modo più equo, e agire per aiutare i clienti che hanno più bisogno di supporto». Tradotto: togliere l’IVA è stato un gesto politico visibile, ma spostare i levies fuori dalla bolletta sarebbe una riforma sistemica. E costerebbe molto di più.

La Germania questo passaggio lo ha già fatto. Dal 1° luglio 2022 la generazione rinnovabile tedesca non è più pagata direttamente tramite le bollette dei consumatori, ma attraverso un fondo statale alimentato dalla fiscalità generale e, in prospettiva, dai proventi del mercato delle emissioni. La EEG-Umlage, il sovrapprezzo che per due decenni ha finanziato l’espansione di eolico e fotovoltaico in Germania, è stata azzerata con un tratto di penna. Il costo non è scomparso: è stato redistribuito su una base imponibile più ampia. Resta il nodo: perché il Regno Unito non segue l’esempio tedesco?

La risposta è in parte contabile e in parte politica. Spostare i levies verdi sulla fiscalità generale significa aumentare la spesa pubblica in un momento in cui i margini di bilancio sono risicati. Significa anche ammettere che la transizione energetica ha un costo reale che non può essere nascosto dentro la bolletta come fosse un’imposta occulta. E significa, per un governo che ha fatto della responsabilità fiscale un marchio identitario, aprire un dibattito scomodo su chi debba pagare per la decarbonizzazione.

Cosa cambia per chi installa

La politica non è solo bolletta: per chi progetta e gestisce impianti, ogni oscillazione dei costi si traduce in margini e tempistiche. Un parco eolico da 77 MW in Romania si vende perché c’è un quadro regolatorio stabile, un produttore che sa quanto incasserà per ogni megawattora immesso in rete, un acquirente che può modellizzare i flussi di cassa a dieci o quindici anni. Nel Regno Unito, dove i levies verdi restano agganciati alla bolletta e il dibattito su come finanziare le rinnovabili si riapre a ogni ciclo elettorale, quella stessa prevedibilità è più fragile. Gli sviluppatori lo sanno e lo prezzano. La transizione pretenderà scelte più radicali.

La transizione energetica non è solo una questione di tecnologia. È una partita di giustizia tariffaria. Fino a quando i levies resteranno in bolletta, ogni nuovo parco eolico – in Romania, nel Mare del Nord o nella brughiera scozzese – rischierà di pesare sulle spalle sbagliate, quelle di chi l’energia la consuma per scaldarsi d’inverno, non di chi la vende sui mercati all’ingrosso.