Il record solare italiano di 167 GWh non ha evitato picchi di prezzo fino a 600 €/MWh in Germania

Il 10 luglio l’Italia ha toccato il suo record di produzione elettrica da fotovoltaico: 167 GWh in un giorno solo. Nello stesso pomeriggio, in Germania, i prezzi pomeridiani sulla borsa elettrica superavano i 600 €/MWh e la centrale nucleare ungherese di Paks era costretta a ridurre la produzione per le alte temperature del fiume. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta del paradosso energetico europeo dell’estate 2026: il solare corre, i record si moltiplicano, e la bolletta all’ingrosso torna a fare paura.

I numeri sono testardi. Nella seconda settimana di luglio la domanda elettrica italiana saliva del 2,8% e quella francese del 5,6%, spinte dai condizionatori, ma le temperature medie in Italia scendevano di 0,3 °C — il picco era già alle spalle, eppure il danno sui mercati era fatto. La media settimanale del mercato italiano toccava i 144,09 €/MWh, la più alta dell’anno. E il PUN Index di giugno era già risalito a 131 €/MWh per l’ondata di caldo, come certifica il rapporto trimestrale di Italia Solare.

Nel frattempo, da Bruxelles in giù, si celebrava il solare. A giugno 2026 era diventato la più grande singola fonte elettrica dell’Unione, con una quota del 25%. Nel secondo trimestre, la produzione europea aveva raggiunto 129 TWh, quasi il 20% in più di qualsiasi trimestre primaverile precedente. E tra marzo e metà luglio la flotta solare europea aveva evitato 20 miliardi di euro di importazioni di gas in piena fiammata dei prezzi seguita all’escalation del conflitto mediorientale. Tutto vero. Eppure non abbastanza.

Perché un record di fotovoltaico non ci ha protetti

La spiegazione sta in una verità scomoda che i target al 2030 non raccontano: il solare produce tanto quando serve meno. A mezzogiorno l’offerta abbonda e i prezzi crollano sotto zero — in Portogallo, nel primo semestre 2026, si sono contate 462 ore con prezzi negativi e le borse avevano già abbassato il prezzo minimo da -500 a -600 €/MWh. Ma nel tardo pomeriggio, quando il sole cala e la domanda dei climatizzatori resta alta, il sistema si rovescia: chi ha bisogno di elettricità la paga a peso d’oro. Francia e Spagna a giugno registravano ripetutamente prezzi sopra i 100 €/MWh su base giornaliera e settimanale.

Avere tanti pannelli non serve a nulla se alle 19:00 manca potenza flessibile.

Il caso ungherese è emblematico. Paks, che fornisce quasi metà dell’elettricità del paese, ha dovuto tagliare produzione proprio nei giorni in cui la domanda esplodeva. Il nucleare, che nel dibattito italiano viene spesso evocato come soluzione alla variabilità rinnovabile, ha mostrato la sua vulnerabilità climatica: quando i fiumi si scaldano, l’acqua non raffredda più a sufficienza. E la produzione va giù.

Il crollo silenzioso del valore dell’elettricità solare

C’è un altro indicatore che le presentazioni istituzionali non mettono in prima pagina: il Solar Captured-Price (SCP), cioè il prezzo medio che l’elettricità solare riesce effettivamente a spuntare sul mercato. Il rapporto di Italia Solare avverte che il collasso del Solar Captured-Price potrebbe arrivare già nel 2027. Tradotto: più pannelli installiamo, meno vale ogni MWh che produciamo nelle ore centrali. È la cosiddetta “cannibalizzazione” dei ricavi, che manda in cortocircuito i modelli di investimento basati su vendita diretta sul mercato. E senza contratti per differenza o accumuli, l’economia solare si sgretola da sola.

Nel frattempo i governi continuano a calcolare i risparmi sulle importazioni di gas come prova che la transizione funziona. Ma quei 20 miliardi risparmiati non compaiono in bolletta quando il prezzo all’ingrosso tocca 600 €/MWh. Appaiono nei bilanci aggregati dell’Unione, non nel conto corrente di un’azienda energivora.

Chi vince, chi perde e cosa resta aperto

Vince chi ha impianti già ammortizzati e può permettersi di vendere anche nelle ore a prezzo zero. Perdono i produttori che hanno finanziato nuovi parchi con debito e si trovano un mercato che alle 13:00 paga meno di niente. Perdono i consumatori esposti al prezzo di picco serale, che l’accumulo ancora non copre su scala adeguata. E perde la credibilità di un racconto che presenta il record del solare come una vittoria, mentre il sistema elettrico resta intrappolato in una volatilità che ricorda gli anni peggiori della crisi del gas.

La domanda vera non è quanti GWh abbiamo prodotto, ma chi sosterrà il costo degli investimenti in accumuli, reti e capacità di backup senza scaricarlo tutto sulle bollette. Perché con gli attuali meccanismi di mercato, il prossimo record di fotovoltaico potrebbe coincidere perfettamente con un nuovo record di diseguaglianza energetica.