Tra i 14 GW irregolari in Brasile e i 10 miliardi di Tesla in Texas, la transizione energetica si gioca

Quattordici gigawatt. È all’incirca la potenza della diga di Itaipu, uno degli impianti idroelettrici più grandi al mondo. In Brasile, un’espansione irregolare del solare distribuito potrebbe aggiungere fino a 14 GW di capacità non registrata alla rete, avverte TÜV Rheinland. Sono i pannelli fantasma: esistono fisicamente, producono energia, ma non risultano nei registri ufficiali dell’operatore.

La conseguenza è duplice: la rete deve gestire immissioni di cui non ha contezza e gli altri consumatori pagano per un’infrastruttura di cui qualcun altro approfitta.

Mancare di notificare all’Aneel le espansioni—individuali o aziendali—mantiene nascosta la capacità aggiuntiva. Questo non è solo illegale ma impone costi aggiuntivi agli altri consumatori, simile al furto di energia tradizionale.

La vicenda brasiliana è l’altra faccia di una transizione energetica che negli Stati Uniti si sta giocando sul terreno delle fabbriche e dei dazi. Mentre il Brasile cerca di riportare ordine in un parco solare cresciuto troppo in fretta, gli Stati Uniti investono miliardi per ricostruire un’industria che avevano smantellato.

Da zero a quasi metà del mercato

Nel 2019, tutte le capacità di produzione di silicio cristallino negli Stati Uniti sono state chiuse. Non un singolo impianto operativo. Cinque anni dopo, nel 2024, è ripresa la produzione di celle in silicio cristallino con, e nel 2025 è arrivata la.

Il cambiamento di passo è misurabile: in soli quattro anni, la quota di celle in silicio cristallino passerà da zero a quasi la metà della capacità di produzione statunitense. Una traiettoria che non si era mai vista.

Dieci miliardi per non dipendere da Pechino

Il caso più estremo è quello di Tesla. L’azienda ha presentato al controllore del Texas i documenti per un campus di produzione solare verticalmente integrato da 10,1 miliardi di dollari nella contea di Fort Bend. La ripartizione dell’investimento è 1,5 miliardi in proprietà immobiliari e 8,6 miliardi in impianti e attrezzature. L’obiettivo è una filiera completa dal silicio al modulo.

Non è filantropia. Tesla chiede una limitazione decennale dell’imposta sulla proprietà ai sensi del Texas Jobs, Energy, Technology and Innovation Act per sostenere lo sviluppo del progetto. In cambio promette 9.712 posti di lavoro permanenti a regime e 1.147 in fase di costruzione.

Per dare una scala, Joe Hennessy di PV Tech confronta il progetto con l’impianto Qcells di Cartersville: 2,5 miliardi di dollari per 3,3 GW di capacità integrata PERC. Secondo Hennessy, questo suggerisce che il campus texano potrebbe superare i 10 GW in un unico sito.

La corsa all’integrazione verticale non è una coincidenza. Sempre secondo Hennessy, negli Stati Uniti è trainata dalle barriere all’importazione: dazi antidumping e compensativi e le nuove regole della Sezione 232 in vigore da dicembre.

La scorsa settimana, il presidente Donald Trump ha introdotto una tariffa del 15% sui prodotti con polisilicio e prezzi minimi per il polisilicio e i suoi derivati, ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act. Le entreranno in vigore il 4 dicembre 2026.

Quando le regole restano indietro

Il confronto tra Texas e Brasile è istruttivo. Da un lato, una politica industriale che punta a ricostruire l’intera catena del valore con investimenti record. Dall’altro, un mercato che è cresciuto troppo in fretta, con regole incapaci di stare al passo.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è solo la capacità produttiva che il campus texano renderà operativa, stimata oltre i 10 GW. È anche la capacità che il Brasile riuscirà a riportare alla luce nei suoi registri: tutti e 14 i GW dei pannelli fantasma. La transizione energetica ha bisogno di entrambe—fabbriche e regole.

Per ora, nessuna delle due avanza al ritmo giusto.