Un operatore esterno finanzierà e gestirà gli impianti per oltre undici anni

Settantasette virgola quarantacinque kilowatt. Non è una cifra che finisce per caso in un disciplinare di gara. È il taglio minimo degli impianti che Padania Acque metterà a gara entro il 22 settembre, in un bando da 5 milioni che scardina l’idea di una multiutility puramente idrica. Dieci impianti, una potenza che arriva fino a 500 kW e una concessione da 11 anni e 3 mesi: i numeri dicono che qui non si parla di pannelli sul tetto per fare bella figura nel bilancio di sostenibilità. Si parla di autoproduzione elettrica come leva operativa.

Dai 77 ai 500 kW: la carta d’identità del bando

Il disciplinare elenca dieci impianti, con una potenza massima di 500 kW che scende fino al minimo di 77,45 kW. Sono tagli precisi, che rispondono a superfici disponibili, profili di carico e vincoli di connessione calcolati sui singoli siti del gestore cremonese. Non c’è un dimensionamento a occhio: ogni impianto è ritagliato su un impianto idrico esistente — stazioni di pompaggio, serbatoi, centri operativi — dove l’energia serve subito, in loco, senza passare da intermediari.

La formula scelta è la concessione a terzi: un operatore progetta, costruisce, finanzia e gestisce gli impianti per 11 anni e 3 mesi. Non è una vendita di energia con contratto PPA, né un appalto di fornitura chiavi in mano. È un modello in cui il concessionario investe e recupera lungo la durata, mentre Padania Acque ottiene elettricità a un costo prevedibile e sganciato dalle oscillazioni del mercato. La scadenza del 22 settembre 2026 per la presentazione delle offerte è un orizzonte ravvicinato per un’operazione che impegnerà le parti fino quasi al 2038.

Ma questa gara non nasce da zero: alle spalle c’è una strategia energetica che Padania Acque ha costruito passo dopo passo, partendo da scelte di approvvigionamento e arrivando alla produzione diretta.

Alle spalle, una filiera che ha già fatto i conti

Già nel 2023, l’energia elettrica acquistata da Padania Acque proveniva al 100% da fonti rinnovabili, come documentato nel bilancio di sostenibilità presentato nell’ottobre 2024. Una scelta di fornitura che bloccava il costo della componente energetica, ma che lasciava il gestore esposto alla volatilità dei prezzi all’ingrosso e ai margini del fornitore. L’autoproduzione cambia l’architettura del costo: dalla bolletta alla rata di ammortamento del capitale investito.

Nel 2025 è arrivato il prestito Intesa Sanpaolo da 11,2 milioni di euro, erogato insieme a un pool di banche e finalizzato al progetto E.A.S.I. — Efficientamento Reti Acquedottistiche tramite Sistema Integrato. Si tratta di un intervento cofinanziato dal PNRR per oltre 23 milioni, di cui 19 milioni in sovvenzioni. L’efficientamento non riguarda solo le perdite di rete idrica, ma integra il fotovoltaico come componente strutturale della gestione degli impianti.

Padania Acque è parte della rete leAcque, insieme ad Acque Bresciane e AqA del Gruppo Tea: tre gestori pubblici della Lombardia orientale che condividono strategie e investimenti. La scelta di Cremona potrebbe dettare la linea anche per gli altri due. Se il modello concessorio funziona — tempi certi, canone sostenibile, produzione allineata ai consumi — la replicabilità è immediata.

Il parallelo con altri gestori lombardi è illuminante. Gruppo CAP, la green utility dell’area milanese, ha autoprodotto quasi 38.000 MWh nel 2024, con un balzo del 41% rispetto all’anno precedente. La crescita Gruppo CAP poggia su nuovi impianti fotovoltaici entrati in esercizio durante l’anno, a conferma che l’accelerazione è possibile quando gli investimenti sono già deliberati. Ancora più ambizioso è il piano CAP-A2A per decarbonizzare il servizio idrico: oltre 7 GWh annui di produzione fotovoltaica, di cui il 14% destinato all’autosostentamento energetico diretto. La parte restante viene immessa in rete, generando ricavi che contribuiscono a ripagare l’investimento.

Il movimento non è solo lombardo. Già nell’aprile 2019 Acea SpA aveva annunciato un piano fotovoltaico Acea da 150 MW con un investimento stimato di circa 200 milioni di euro. Il gestore romano, che unisce acqua ed energia in un’unica utility, ha impostato la partita fotovoltaica sette anni fa. I risultati di quel piano sono oggi un benchmark per chi, come Padania Acque, parte da una scala più ridotta ma con la stessa logica industriale.

Ma la gara di Cremona aggiunge un elemento finora assente: una concessione pluriennale a terzi. Non è la multiutility che investe direttamente, ma un soggetto finanziario o industriale che si assume il rischio di costruzione e gestione. È qui che il modello si fa davvero interessante per la rete leAcque: se il concessionario riesce a estrarre margine da 11 anni di esercizio, vuol dire che il fotovoltaico su impianti idrici ha una resa economica già misurabile, non solo ambientale.

11 anni di concessione: cosa cambia per chi gestisce

La durata prevista di 11 anni e 3 mesi dice molto: non è un esperimento, è una scelta di campo. Undici anni servono per ammortizzare i pannelli, gli inverter, la struttura di sostegno, il sistema di monitoraggio. Tre mesi in più coprono la fase di avviamento e collaudo prima che la produzione entri a regime.

Per i gestori idrici italiani, abituati a ragionare in termini di tariffe regolate e piani d’ambito trentennali, il fotovoltaico impone un cambio di passo: i tempi di ritorno sono più brevi, i fornitori sono diversi, i contratti sono più vicini a quelli del mondo energy che a quelli dell’acquedottistica. La rete leAcque ha già dimostrato di saper dialogare con il sistema bancario — il prestito Intesa Sanpaolo lo conferma — ma ora serve la capacità di valutare offerte di concessione che contengono promesse di produzione, garanzie di performance e penali per underperformance. Cosa succede se l’impianto da 77,45 kW produce meno del previsto? Chi paga la differenza tra il profilo atteso e l’effettiva immissione? Sono domande operative, non accademiche, e il bando di Cremona darà le prime risposte.

Per chi gestisce la rete — i tecnici, i manutentori, i pianificatori — l’autoproduzione significa anche un nuovo rapporto con l’energia: non più un costo variabile da subire, ma un asset da far rendere. E la gara di Cremona è il banco di prova per un modello che potrebbe replicarsi rapidamente: per i gestori idrici, il fotovoltaico non è più un vezzo ambientale, è la nuova leva competitiva.