La metà degli Stati membri non ha ancora recepito le norme, bloccando di fatto il mercato

A che serve un obbligo che nessuno fa rispettare? È la domanda che tormenta gli sviluppatori di elettrolizzatori di mezza Europa, mentre i dati fotografano un recepimento a metà del guado. Un’analisi pubblicata il 7 luglio da Impact Policies mostra che solo quasi la metà dei 27 Stati membri ha inserito gli obblighi RED III sull’idrogeno rinnovabile nella propria legislazione nazionale. Eppure, secondo l’Hydrogen Council, la piena trasposizione di queste norme potrebbe generare una domanda fino a 3,3 milioni di tonnellate annue di idrogeno verde e derivati con un business case positivo in Europa entro il 2030. La differenza tra il potenziale e il reale sta tutta in un meccanismo di attuazione che al momento assomiglia a un colosso con i piedi d’argilla.

Come gli obblighi RED III accendono la domanda (sulla carta)

Il meccanismo, sulla carta, è lineare e ben oliato. La direttiva rinnovabili rivista, nota come RED III, impone a ogni Stato membro di fissare quote crescenti di combustibili rinnovabili di origine non biologica – i cosiddetti RFNBO, ovvero idrogeno e derivati prodotti con elettricità rinnovabile – nei consumi dell’industria. L’idea è creare un mercato garantito: domanda certa per chi produce e prezzi in grado di sostenere gli investimenti in elettrolizzatori. Già nel Global Hydrogen Review 2025 dell’IEA questa architettura veniva indicata come il perno per sbloccare i volumi, ma con un avvertimento: i quadri normativi in evoluzione restano una barriera alla diffusione.

Il 21 maggio 2025 era il termine per il recepimento delle disposizioni chiave della direttiva, pensato per accelerare la diffusione di energia pulita autoprodotta nell’Unione, ridurre le emissioni di gas serra, rafforzare l’indipendenza energetica e abbassare i prezzi. Oggi, a luglio 2026, i numeri raccontano una storia diversa. Secondo i dati di BloombergNEF, solo 12 membri su 27 hanno legiferato le quote RFNBO quasi un anno dopo quella scadenza. Non si tratta di un dettaglio procedurale: senza obblighi nazionali, il segnale di domanda che dovrebbe orientare le scelte industriali semplicemente non arriva.

Il paradosso dell’attuazione: obblighi senza denti

Ma c’è un caso che rende plastico il cortocircuito. La Polonia ha proposto una penale per chi non rispetta le quote: 1,4 euro per chilogrammo. Con i costi di produzione dell’idrogeno verde ancora elevati e i prezzi di mercato in evoluzione, una multa del genere rischia di diventare una voce di spesa che molti attori economici potrebbero preferire pagare, piuttosto che affrontare l’onere di riconvertire i consumi. Un operatore industriale farebbe due conti e scoprirebbe che, in assenza di un vantaggio economico chiaro, pagare la penale e continuare a usare idrogeno grigio può essere più conveniente. In pratica, l’obbligo si trasforma in una tassa volontaria, annullando la funzione di stimolo della norma.

Il paradosso è evidente: la RED III crea un potenziale di domanda da 3,3 milioni di tonnellate, ma lo affida a un’impalcatura fatta di scadenze disattese e sanzioni prive di forza dissuasiva. Il risultato è un mercato frammentato, dove i progetti avanzano in ordine sparso solo dove il legislatore ha fatto i compiti, mentre nel resto d’Europa restano congelati.

Impatto su chi installa: l’incertezza che frena gli investimenti

Chi progetta impianti di elettrolisi sa che senza regole certe il rischio di investimento è altissimo. Un elettrolizzatore da 100 megawatt richiede decine di milioni di euro e tempi di rientro che si misurano in lustri. Se la domanda è solo teorica, nessun consiglio di amministrazione approverà il via libera. L’IEA, nel già citato Global Hydrogen Review 2025, aveva catalogato l’evoluzione dei quadri normativi come una vera e propria barriera: non un ostacolo minore, ma un fattore che tiene fermi i cantieri e rallenta la crescita delle capacità installate.

A luglio 2026, quel muro è ancora in piedi. Solo “quasi la metà” degli Stati ha completato il recepimento, mentre l’altra metà naviga tra rinvii e proposte di penali simboliche. Il risultato è che la domanda di idrogeno verde, che avrebbe dovuto materializzarsi già da quest’anno, resta in gran parte sulla carta, e con essa gli investimenti in nuove fabbriche di elettrolizzatori, compressori e sistemi di stoccaggio. La tecnologia è pronta, i costi sono in discesa, ma l’impalcatura normativa è ancora un cantiere aperto, dove i pilastri portanti – l’obbligatorietà e la sanzione – non sono stati gettati.

Il vero combustibile dell’economia dell’idrogeno non è l’elettricità rinnovabile: sono regole chiare, scadenze rispettate e sanzioni che nessuno ha convenienza a pagare. Fino a quando l’Europa non metterà denti veri ai propri obblighi, il potenziale da 3,3 milioni di tonnellate resterà un esercizio di scenario, non un mercato.