Il progetto laziale da 15 milioni di euro punta a produrre 200 tonnellate annue di idrogeno verde

Civitavecchia accende i riflettori sulla sua prima Hydrogen Valley del Lazio, un progetto da 15 milioni di euro per produrre fino a 200 tonnellate di idrogeno verde l’anno. L’annuncio, rimbalzato con una certa enfasi nelle scorse settimane, parla di un’infrastruttura destinata a trasformare la logistica portuale e il tessuto industriale del territorio. Peccato che il primato — quello vero, dei cantieri chiusi e degli impianti pronti — se lo sia già preso qualcun altro. Lo scorso 6 luglio, a Lamezia Terme, Techfem ha completato la costruzione del primo impianto di idrogeno verde della Calabria. Mentre il porto laziale rivendica, la Calabria ha già fatto.

Non è una questione di campanile. È il sintomo di una distanza — a tratti imbarazzante — tra la narrazione politica e lo stato reale dei progetti. E in ballo ci sono 500 milioni di euro del PNRR, destinati proprio a convertire aree industriali dismesse in hub di produzione di idrogeno verde nel Mezzogiorno.

Prima o seconda? Il paradosso della Hydrogen Valley fantasma

Il paradosso è evidente. Da un lato c’è Civitavecchia, che presenta il suo progetto come il primo in Italia — e forse lo sarà stato, sulla carta, quando il bando è stato assegnato. Dall’altro c’è Lamezia Terme, che ha trasformato i finanziamenti in acciaio, elettrolizzatori e tubature, mentre altrove si tenevano conferenze stampa. La domanda è semplice: cosa definisce un primato? L’assegnazione di un finanziamento o l’impianto che produce idrogeno? Se vale la seconda, Civitavecchia è già in ritardo.

Il progetto laziale affonda le sue radici in un percorso avviato cinque anni fa nell’ambito del programma Green Port, un’iniziativa pensata per ridurre l’impatto ambientale degli scali marittimi. Un orizzonte temporale lungo, che rende ancora più stridente il sorpasso calabrese. In cinque anni, Civitavecchia ha costruito un racconto; Lamezia, in meno tempo, ha costruito un impianto.

Quasi zero emissioni e costi dimezzati: la scommessa da 500 milioni

Detto questo, sarebbe sbagliato liquidare Civitavecchia come l’ennesima opera annunciata e mai realizzata. La posta in gioco è concreta, e i numeri lo dimostrano. L’investimento 3.1 del PNRR ha stanziato 500 milioni di euro per convertire aree industriali dismesse in poli di produzione di idrogeno verde, con l’obiettivo dichiarato di creare distretti dell’idrogeno soprattutto nel Sud Italia, dove l’energia rinnovabile prodotta localmente possa alimentare industrie, piccole e medie imprese e trasporto locale. Non è una dichiarazione d’intenti generica: è un investimento vincolato, con bandi, graduatorie e obblighi di rendicontazione.

Nel caso specifico di Civitavecchia, il progetto prevede la riconversione di un’area di 45 ettari all’interno dell’Interporto. Non si tratta di costruire su suolo vergine, ma di recuperare un sito industriale dismesso e trasformarlo in una piattaforma logistica intermodale. Secondo Jack Czaplinski, che segue il progetto, l’infrastruttura sarà «la prima in Europa ad avere quasi zero emissioni di inquinanti». Un’affermazione ambiziosa, che proietta l’operazione ben oltre i confini nazionali e che, se confermata dai fatti, darebbe a Civitavecchia un primato europeo — non solo italiano.

L’altro elemento che merita attenzione è il costo. Lo stesso Czaplinski spiega che l’idrogeno verde diventerà conveniente rispetto al diesel grazie a un abbattimento del 50% del prezzo. Se il conto torna — e su questo serviranno verifiche una volta che l’impianto sarà operativo — l’impatto sulla logistica pesante e sul trasporto merci potrebbe essere significativo. In un paese dove il costo del carburante incide in modo strutturale sulla competitività delle imprese, dimezzare la spesa energetica non è un dettaglio. Ma serve che qualcuno, prima, accenda l’elettrolizzatore.

Resta il fatto che questi numeri, per ora, abitano il regno delle previsioni. L’investimento PNRR c’è, l’area è stata individuata, il percorso amministrativo è stato avviato. Ma tra un’area dismessa e un impianto che produce idrogeno ci sono di mezzo autorizzazioni, gare d’appalto, cantieri, collaudi. Tutti passaggi che a Lamezia Terme sono già stati completati o sono in fase di ultimazione. A Civitavecchia no. E senza un cronoprogramma pubblico, verificabile, aggiornato, il rischio è che la distanza tra l’annuncio e la realtà continui ad allargarsi.

Lamezia a settembre, Civitavecchia quando?

Mentre la Calabria si prepara ad accendere il suo impianto a settembre 2026, dopo le ispezioni regolatorie previste per l’estate, su Civitavecchia non esiste una data certa di entrata in funzione. Il cronoprogramma, se esiste, non è stato reso pubblico con la stessa precisione con cui Techfem ha annunciato il completamento dei lavori. E questo è un problema, perché senza scadenze verificabili l’Hydrogen Valley laziale rischia di restare ancora a lungo nel limbo degli annunci.

La transizione energetica ha bisogno di impianti, non di inaugurazioni anticipate. Ha bisogno di elettrolizzatori accesi, non di rendering. E ha bisogno, soprattutto, di date. La Calabria ne ha una: settembre 2026. Civitavecchia, per ora, no. Fino a che punto l’idrogeno verde è una priorità reale e non solo una bandiera da sventolare? La risposta arriverà il giorno in cui, dal porto di Civitavecchia, usciranno le prime bombole di idrogeno prodotto in loco. Fino ad allora, il primato resta a chi ha già costruito.